Il Ciclo degli Ultimi Valois (La Regina Margot, La sig.ra
di Monsoreau, I Quarantacinque)
Da cinque generazioni
Alessandro Dumas, magnifico esemplare della genialità latina, tiene il primato
fra quanti autori hanno cercato di avvicinarsi all’anima del popolo. Questa
nuova edizione offre al grande pubblico i romanzi più famosi in traduzioni
accuratissime e integrali raggruppati per ciclo, a prezzi che sono alla portata
di tutti.
(Dalla quarta di copertina dell’edizione Lucchi, Milano, del
1938)
I romanzi del ciclo degli ultimi Valois (La Regina Margot, La sig.ra di Monsoreau, I Quarantacinque), composti da Alexandre
Dumas padre nell’arco di poco più di tre anni, si svolgono ai tempi delle
guerre di religione in Francia e coprono un arco temporale di circa tredici
anni: dalla notte di San Bartolomeo del 15 agosto 1572 sino alla morte di
Francesco d’Alençon, ultimo rampollo della dinastia dei Valois, (1585). Lo
stile letterario è omogeneo e confidenziale: l’autore si rivolge ripetutamente
al lettore con tono di complicità:
Il lettore, questo
fedele amico, cui sempre ci sforziamo di dare ciò che promettiamo…
Il primo romanzo della serie ricorda da vicino I 3 Moschettieri, scritto appena un anno
prima (1845), per la commistione fra narrazione avventurosa e intrigo politico,
ma soprattutto per il tema dell’amicizia virile fra i due spadaccini Coconnas e
De La Mole, che
richiama quella fra Aramis, Porthos ed Athos. Anche in questo romanzo poi deus ex machina di ogni intrigo è una
donna diabolica che, mentre nei Moschettieri
aveva le sembianze giovanili e seducenti di Milady ne’ La Regina Margot assume quelle della più attempata
Caterina de Medici.
Se coraggio, valore individuale, gusto dell’avventura e
fedeltà personale sono i valori dominanti non hanno invece nessun ruolo le
convinzioni ideologiche e religiose, pur oggetto di un’ambigua celebrazione da
parte del giullare Chicot nel 2° romanzo del ciclo:
Ora, gli uomini sono
essere visibili e tangibili, contro i quali la guerra è relativamente facile.
Ma come si fa a
combattere contro le idee, Sire? Le idee scivolano e si insinuano invisibili, e
si nascondono agli occhi di coloro che le vogliono distruggere. Un’idea, una
volta annidata in un’anima, vi getta radici profonde e più si tagliano i rami
imprudenti che sporgono troppo in fuori, più le radici si fanno forti e
inestricabili.
Un’idea, Sire, è come
una scintilla che cada su di un mucchio di fieno (…)
A titolo di esempio, De La Mole si converte dal protestantesimo al
cattolicesimo senza particolari lacerazioni morali, per poi rimettersi – per
amore di Margherita – al servizio di Enrico di Navarra, capo del partito
ugonotto; il cattolico Coconnas, per senso di amicizia verso de La Mole, diviene una pedina
inconsapevole, ma anche indifferente, del gioco politico dei protestanti.
Lo stesso Enrico di Bearn, i Valois, Caterina de’ Medici e Margot,
del resto, concepiscono la religione unicamente come funzionale alla
competizione per il potere, mentre per De La Mole e Coconnas, lealtà personale e gusto
dell’avventura sono gli unici scopi della propria azione, affatto bisognosi di
giustificazione ideologica. Il successivo La
sig.ra di Monsoreau mantiene inalterate le caratteristiche del 1° romanzo,
pur sacrificando il tema dell’amicizia, fondamentale nel romanzo precedente, e
ampliando la dimensione erotica.
Anche in questo caso, il romanzo si regge su un duplice
binario narrativo: ne’
La
Regina Margot,
costituito dalle peripezie di Coconnas e De
La Mole da una parte e da quelle di Enrico di Bearn,
ridotto in cattività da Caterina de’ Medici dall’altra; ne’
La sig.ra di Monsoreau i due piani della
narrazione sono invece costituiti dalla tragica storia d’amore fra il sig. de
Bussy e Diana Monsoreau per un verso e dalle avventure del guascone giullare
Chicot per un altro. I due protagonisti (Diana Monsoreau e Chicot) hanno più o
meno lo stesso spazio e mentre il titolo dell’edizione originale francese (e di
quelle italiane) danno rilievo alla prima, quello dell’edizione inglese (
Chicot the jester) privilegia il
secondo. Più squilibrato e asimmetrico il terzo romanzo, che prende il proprio
titolo dal numero dei cavalieri, componenti la guardia reale (45 appunto). L’ultimo
atto del ciclo intreccia più vicende (la missione di Chicot presso il futuro
Enrico IV, l’amore del guascone Carmainge per la duchessa di Montpensier e
infine quello fra Henry de Joyeuse verso una misteriosa dama di cui ignora l’identità),
mettendo al fuoco troppa carne e dimenticando di portare a soluzione almeno un
episodio, quello della rivalità fra Carmainge e un collega della Guardia reale:
i due si sfidano a duello, ma la tanto ripromessa resa dei conti non ha seguito.
Il finale aperto (Caterina dei Medici e il figlio Enrico III guardano con odio
il duca Enrico di Guisa, meditandone l’omicidio) e il particolare ironico del
pugnale regalato da Enrico III al giovane monaco Jacques Clément (il quale
nella realtà storica ucciderà, nel 1589, il Re proprio con uno stiletto)
sembrano suggerire l’ipotesi che Dumas volesse dare ulteriore seguito a questo
terzo romanzo. Cosa che comunque purtroppo non fece.