giovedì 20 dicembre 2012

La prima volta di ... (II)

Secondo post dedicato ai debutti letterari di alcuni grandi romanzieri “gialli”.

Piombo e sangue
Dashiell Hammett
Titolo originale: The red harvest, 1929
1° ed. Italiana: Longanesi 1975
Ed. consultata: 1981 (BUR n°400)

“E’ questa maledettissima città. E’ giusto chiamarla Poisonville. Mi ha avvelenato …”

Primo romanzo di Dashiell Hammett, conosciuto anche come “Raccolto di sangue”, titolo peraltro più vicino all’originale.
“Piombo e sangue” è un classico del poliziesco d’azione all’americana ed è considerato il romanzo che dà avvio al filone del giallo realistico. In realtà di realistico nell’opera di Hammett c’è poco: il nostro scalza gli stereotipi del giallo classico per sostituirli con nuovi stereotipi.
All’investigatore aristocratico e compassato si sostituisce il duro dal grilletto e dal pugno facile, con la sigaretta eternamente penzolante dalla bocca e qualche bicchiere di troppo nello stomaco, mentre alla fanciulla indifesa ed un po’ allocca, sempre in attesa che l’eroe la salvi, si sostituisce la bionda, smaliziata e lievemente zoccola.
Tipi originali probabilmente nel ’29, ma destinati a consolidarsi come nuovi stereotipi di un genere che, malgrado i rinnovamenti stilistici, continua a guardare a Chandler e ad Hammett, come fonti d’ispirazione continua.
Protagonista della storia è un investigatore dell’Agenzia Continentale, il cui vero nome non viene rivelato: il fatto che il personaggio parli in prima persona lo esime peraltro dal farlo.
Ciccione anzichenò (pesa 194 libbre per 1,75 m), il personaggio di Continental OP era già apparso in precedenza in una decina di racconti e verrà riutilizzato da Hammett nel successivo The Dain Curse (tradotto in italiano come il bacio della violenza) ed è l’unico personaggio hammettiano, destinato a comparire in più di una novel.
Tornando a bomba al  romanzo in questione: l’operatore dell’Agenzia Continentale di Investigazione  viene chiamato dal proprietario del giornale locale Donald Willson a Personville, città avvelenata  dalla corruzione e dal malaffare, tanto da essere chiamata Poisonville.
 Il suo cliente non riesce però a parlargli perché viene assassinato prima di poterlo vedere.
Incuriosito, l’uomo della Continentale fa qualche domanda e scopre che Don era figlio del vecchio e ricco Elihu, l’uomo più potente della città, che ad un certo punto si è compromesso con una banda di criminali che hanno assunto il controllo della città.
Sospettando siano stati proprio loro ad uccidere il figlio, il vecchio dà mandato a OP di ripulire la città dalla criminalità.
L’agente lo farà usando tutti i mezzi leciti, ma soprattutto illeciti, a sua diposizione.
Da qui in poi la trama di Red harvest è quasi impossibile da raccontare  per il fitto intreccio ed il gran numero di personaggi.
In definitiva il romanzo ha molti difetti ed è a tratti poco credibile, ma i colpi di scena non mancano e nel complesso è molto divertente.


Il Grande sonno
Raymond Chandler
Titolo originale: The big sleep, 1939
Ed. Italiana consultata: Serie Gialla Garzanti n°2 (1953)


L'investigatore privato Philip Marlowe viene chiamato presso la villa dell'anziano e paraplegico generale Sternwood, la cui immensa ricchezza proviene da alcuni campi petroliferi situati nei dintorni di Los Angeles ed ormai esauriti.
 Il generale richiede a Marlowe di condurre delle indagini su un biglietto ricattatorio inviato da un certo Arthur Gwynn Geiger, titolare di una libreria specializzata in volumi antichi e rari.
Nel biglietto si fa riferimento ad una cambiale consegnata a Geiger da Carmen, la figlia minore del generale. Discutendo con Sternwood, Marlowe apprende anche che Terence "Rusty" Regan, marito della figlia maggiore Vivian, è scomparso da circa un mese senza che di lui si sappia alcuna notizia. L'investigatore accetta l'incarico e prima di lasciare la villa ha l'occasione anche di conversare con Vivian, desiderosa di conoscere il reale motivo della visita di Marlowe al padre. Marlowe inizia le indagini sulla libreria, scoprendo subito che i libri rari sono solo un'attività di facciata che copre un traffico di materiale pornografico.
Il detective segue Geiger e rimane in attesa all'esterno della casa: dopo un po' l'uomo riceve una donna e più tardi si sentono dei colpi di arma da fuoco e delle urla. Marlowe irrompe in casa e trova, all'interno di una stanza arredata in modo vistoso, il cadavere di Geiger accanto ad un apparecchio fotografico nascosto in un totem. Nella stanza del delitto si trova anche Carmen Sternwood, nuda e visibilmente sotto l'effetto di droghe. Nei giorni seguenti avvengono altri delitti: viene trovato morto dentro un'automobile finita in mare l'autista degli Sternwood ed anche Joe Brody, l'ex amante di Carmen che voleva continuare i traffici di Geiger, viene ucciso in casa.
The Big sleep, primo romanzo di Chandler , uscì nel 1939. Era stato scritto abbastanza rapidamente l’anno precedente. L’autore vi aveva rifuso due racconti lunghi già pubblicati sulla rivista Black Mask (più precisamente Killer in the Rain, 1935 e The Curtain, 1936), ora semplicemente ricopiandone brani, ora ampliandone il tessuto prosaico. L’unificazione, come giustamente fa notare Oreste Del Buono, era stata raggiunta attraverso il protagonista Philip Marlowe, “una trovata soprattutto stilistica”.




Ti ucciderò
Mickey Spillane
Titolo originale: I, The jury, 1947
Ed. Italiana consultata: Serie Gialla Garzanti n°2 (1953)

Mike Hammer è un investigatore privato di Los Angeles con un forte senso della gratitudine e dell’amicizia personale: quando un suo vecchio commilitone, che ha partecipato con lui alla guerra di Corea, viene trovato morto, ucciso con un colpo di pistola al ventre, Hammer decide di vendicarlo.
Per trovare l’assassino e ucciderlo, “risparmiandogli” la lunga ed incerta trafila della giustizia, il detective intraprende una vera e propria gara contro il capitano della Polizia di New York, l’amico Pat Chambers, intenzionato invece a consegnare il killer alla legge.
La strada dell’investigatore si affolla di cadaveri: le persone legate in qualche modo a Jack vengono sistematicamente uccise, sempre dalla stessa pistola, un’automatica calibro 45, munita di silenziatore.
Quando l’ennesimo omicidio si compie addirittura sotto gli occhi dello stesso Hammer, il cerchio inizia a stringersi attorno al misterioso e spietato assassino.
I, The Jury è il primo romanzo, avente come protagonista il controverso Mike Hammer, il più duro tra i detectives di carta dell’Hard boiled school: tratta le persone come oggetti, non ha regole morali e crede solo in sé stesso.
Considerato da alcuni come una vera icona pop americana, incarnazione dell’individualismo più spinto e della paranoia che ha attraversato l’America negli anni del dopoguerra, è secondo altri una degenerazione fascista dell’eroe solitario dell’hard boiled.



Bersaglio Mobile
Ross Mac Donald
Titolo Originale: The moving target, 1949
Prima ed. Italiana: I Gialli Mondadori 1953
Ed. consultata: I Classici del Giallo, gennaio 1975

Quando entrai nella polizia, nel ’35, credevo che il male fosse un difetto, come per esempio un labbro leporino. Il compito del poliziotto era di trovare le persone cattive e toglierle di mezzo. Ma il male non è così semplice. Tutti lo portiamo in noi, e il manifestarlo o no nelle nostre azioni dipende dalle circostanze e da tante altre cose. L’ambiente in cui viviamo, le occasioni, il bisogno di denaro, un momento di sfortuna, un’amicizia sbagliata. Il vero guaio è che un poliziotto deve giudicare la gente secondo regole stabilite ed agire di conseguenza…
I Sampson, che si sono arricchiti col petrolio del Texas, hanno ancora un cospicuo patrimonio, quando Ralph Sampson scompare. In condizioni normali, Ralph è tutt’altro che uno spendaccione, ma quando è brillo chiunque può spillargli denaro. Ed ecco perché la signora Sampson, una bionda paralitica, perseguitata da sogni angosciosi, ricorre all’investigatore privato LewArcher per ritrovare il marito ed il suo libretto bancario. La traccia che Archer deve seguire lo conduce ad esplorare i bassifondi della società californiana. Sampson si è impegolato con ladri ed assassini, con una setta di falsi adoratori del sole, con un’ex stella del cinema, ormai giunta al tramonto, e con una pianista che è stata in galera. Penetrare in un ambiente simile significa andare a caccia di guai e, sotto questo aspetto, non si può dire che Archer rimanga deluso.
Trova più guai di quanti ne prevedesse. Trova anche Sampson, ma non prima di aver chiarito una serie di misfatti, di averne viste di tutti i colori e di essersi assunto la responsabilità di alcuni atti di giustizia sommaria.
Dal romanzo, il primo avente come protagonista LewArcher, è stato tratto un bel film (Detective’s story), diretto da Jack Smight ed avente come protagonista un grande Paul Newman (tra gli attori anche un’attempata, ma sempre affascinante Lauren Bacall).
Nella versione cinematografica, il nome del protagonista viene mutato in Harper, sembra per un capriccio di Paul Newman, che asseriva che la lettera acca all’interno del titolo fosse per lui garanzia di successo ( i film the Hustler, in italiano lo Spaccone, e Hud, nella versione italiana Hud, il selvaggio, erano stati in effetti campioni di incasso). Rispetto al romanzo di MacDonald, tuttavia, Newman caratterizza il personaggio in maniera più istrionica.

E' arrivato Lemmy Caution
Peter Cheney
Titolo originale: Dames don't care (1937)
Prima ed. Italiana: Il Giallo Mondadori n°32 (1947)
 
L’agente federale Lemmi Caution viene inviato a Palm Springs, per indagare su alcuni titoli di Stato falsificati, in possesso di una donna, Henriette Haynes, vedova di un milionario suicida.
Dalle informazioni raccolte dall’investigatore emerge che la donna ha ricevuto i titoli dal marito, poco prima che questi morisse. Lo stesso  suicidio dell’uomo appare poi poco chiaro, per la presenza di elementi che farebbero pensare piuttosto ad un omicidio camuffato.
Sebbene vi siano molti indizi che possano far credere che Henriette abbia organizzato l’assassinio del coniuge, per impadronirsi dei titoli, nella convinzione della loro autenticità, Lemmi si persuade che dietro la vicenda ci sia lo zampino di Pereira, ambiguo tenutario di un locale notturno.
E’ arrivato Lemmi Caution è il quinto romanzo di P. Cheney, avente per protagonista l’agente federale Caution, ma il primo pubblicato in Italia dalla Mondadori.
E’ anche il primo romanzo della serie il Giallo Mondadori a recare sulla copertina i dati di vendita riportati dal romanzo, già best seller in Inghilterra e Francia, negli altri paesi di pubblicazione.
La narrazione viene condotta in prima persona dal protagonista in tono colloquiale, alternando riflessioni sul caso poliziesco con altre sulla vita, ispirate ad una bonaria filosofia da bar (l’oggetto preferito delle considerazioni di Lemmi sono generalmente le donne), il tutto condito da qualche simpatico aneddoto.
Il romanzo non è un capolavoro, ma ha un suo “perché” e vale soprattutto per lo straordinario carisma del protagonista, portato più volte sul grande schermo dall’attore e cantante Corradine.

lunedì 19 novembre 2012

Un pomeriggio con Umberto Lenzi



La penultima giornata del B movie festival, svoltasi sabato 17 novembre, a Palazzo Morando a Milano, ha visto la presenza del regista Umberto Lenzi, impegnato in due conferenze.
Durante la prima, svoltasi poco prima delle 19.00, l’ottantenne regista ha presentato il suo ultimo romanzo, “Spiaggia a mano armata”.
Tomas Milian in "Milano odia: la polizia non può sparare" (1974)
Da tempo infatti Lenzi, attaccata la cinepresa al chiodo, si dedica alla scrittura con risultati peraltro non spiacevoli.
Il romanzo presentato ieri è il quarto avente come protagonista il detective privato, Bruno Astolfi.
Immancabile la domanda, da parte del pubblico, se Lenzi abbia pensato ad uno sbocco cinematografico per la serie poliziesca da lui ideata e chi sarebbero per lui regista ed interprete principale ideali.
Il principe del poliziesco di casa nostra non si è fatto trovare impreparato alla domanda, asserendo di pensare piuttosto ad una serie televisiva, in quanto convinto che il suo personaggio abbia le stesse potenzialità del commissario Montalbano di Camilleri.
Confessa, tuttavia, che come regista della serie non pensi affatto a sé stesso e di preferire stare a casa a mangiare bistecche e bere barbera piuttosto che tornare dietro la macchina da presa.
Crede che il regista ideale della serie debba essere un giovane, non vuole fare nomi, ma poi si lascia scappare un indirizzo di gradimento per Stefano Sollima”, regista della serie TV “Romanzo criminale”, a suo dire, migliore rispetto all’omonimo film di Michele Placido, anch’esso tratto da Giancarlo De Cataldo ed ispirato alle imprese criminali della banda della Magliana, migliore perlomeno per la scelta degli attori, che sembrano realmente presi dalle borgate romane.
L’attore ideale per interpretare il personaggio di Bruno Astolfi? “Mi piacerebbe un attore simile allo scomparso Lino Ventura”.
Al ragazzo che gli chiede che differenza ci sia fra lo scrivere un romanzo e dirigere un film, Lenzi risponde parafrasando il generale Von Clausewitz: “la scrittura per me è attività cinematografica condotta con altro mezzo e poi i miei romanzi sono molto cinematografici”.
Henry Silva, in "Milano odia: la polizia non può sparare" (1974)
Conclusasi la presentazione del libro e dopo una pausa, il regista si sottopone di buon grado ad una breve intervista di Max Croci, regista del documentario “Italia ’70, il cinema a mano armata”, dedicato al fenomeno del poliziottesco, genere di cui Lenzi è stato assieme a Stelvio Massi e Sergio Martino, uno dei maggiori esponenti.
Nel corso della “chiacchierata” con Croci, Lenzi parla dei suoi maestri; si dividono in due gruppi: i registi francesi di Polar come Jules Dassin e gli americani Raoul Walsh, Samuel Fuller ed Henry Hathaway, specialisti del genere noir.
Il regista italiano sottoline la circolarità dei modelli, spiegando come Heathaway, che lui ed altri Italiani hanno preso a modello, fosse in realtà a sua volta debitore nei confronti dei grandi maestri del neorealismo italiano.
Riguardo al rapporto del regista grossetano con Milano, città di ambientazione di molti suoi film, Lenzi asserisce che il Capoluogo lombardo assieme a Napoli ha sempre fornito le cornici più suggestive dei suoi polizieschi, ma che il rapporto con la città sia in realtà anteriore a “Milano odia: la polizia non può sparare” (1974), primo dei suoi film poliziotto e risalga invece a due anni prima, alla direzione, cioè, di “Milano rovente” (1972), film ascrivibile più al genere noir che al filone poliziottesco e rimasto perciò isolato rispetto alla sua produzione successiva.
Immancabili poi gli aneddoti sui film, raccontati dal regista con irresistibile simpatia.

sabato 17 novembre 2012

Al B-movie Festival, Carlo Lizzani parla del suo “Banditi a Milano”



In questi giorni si sta tenendo a Milano, a Palazzo Morando, a cura dell’associazione culturale Aftersix, il “B movie festival”, rassegna cinematografica dedicata al genere poliziottesco.
Gian Maria Volonté in una scena del film
Con tale termine si è soliti designare quel filone cinematografico fiorito in Italia, negli anni ’70 e considerato dalla critica quale variante provinciale, deteriore e violenta del poliziesco d’azione all’americana (i termini di riferimento del genere sono solitamente individuati ne’ “Il braccio violento della legge” (The French Connection, 1971) di William Friedkin e in “Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo” (Dirty Harry, 1971) di Don Siegel).
La giornata di ieri del festival ha avuto come evento centrale un simpatico collegamento telefonico con il regista romano Carlo Lizzani.
Lizzani non ha mai diretto film poliziotteschi, ma il suo “Banditi a Milano” del 1968, ne è comunque considerato il capostipite.
Il film racconta la rapina al Banco di Napoli (in largo Zandonai a Milano) del 25 settembre 1967 ad opera della banda Cavallero.
Sorta di “spartiacque tra il cinema neorealista e generalista e quello ricavato dall'attualità” (definizione di Adriano De Carlo, in My Movies), il film di Lizzani rivoluziona la storia della rappresentazione cinematografica della città di Milano, di cui viene colta l’evoluzione da grande città a complessa realtà metropolitana con i connessi problemi delinquenziali, che ne sono stati la logica conseguenza.
Il riferimento, presente finanche nel titolo, ad una realtà metropolitana italiana (Milano appunto), l’ispirazione a fatti di cronaca realmente accaduti, la presenza di una figura positiva di poliziotto (il commissario Basevi) sono elementi che saranno ripresi successivamente dai film polizieschi di Stelvio Massi e Umberto Lenzi, i quali però abbandoneranno la secchezza rappresentativa di Lizzani in favore di una più commercialmente redditizia ridondanza espressiva.
Il novantaquattrenne Carlo Lizzani, che si è scusato più volte coi presenti in sala per non aver avuto la possibilità di intervenire personalmente alla rassegna, ha risposto telefonicamente alle domande del pubblico.
Fra le domande più interessanti quella sul suo rapporto con Pier Paolo Pasolini: “Ho conosciuto Pasolini”-ha detto Lizzani- “durante le riprese di un film sul gobbo del Quarticciolo, strana figura di partigiano poi divenuto bandito.
Pasolini avrebbe dovuto partecipare al film in qualità di sceneggiatore, ma volendo fare il regista si interessava anche all’aspetto tecnico delle  riprese. Gli offrì anche un ruolo attoriale all’interno della pellicola che Pier Paolo accettò anche per il suo gusto di apparire”.
La maggior parte delle domande si concentra però sulla pellicola “Banditi a Milano” ed ovviamente sull’interpretazione magistrale di Gian Maria Volonté, l’attore protagonista.
A chi gli chiede se Volonté improvvisasse o seguisse il copione, Lizzani risponde che l’attore era molto aderente alla sceneggiatura, ma capace tuttavia di coniugare “professionalità e naturalezza”.
Al professor Raffaele De Berti che gli fa notare (in maniera non polemica) come Volonté abbia recitato sopra le righe, il regista risponde che era il ruolo che lo imponeva.
Un ragazzo chiede perché il genere poliziottesco, tradizionalmente considerato minore, sia oggi soggetto a rivalutazione; Lizzani sul tema non si sbilancia: “i generi sono la forza del Cinema e diciamolo pure sono rassicuranti, lo spettatore, andando a vedere un film di un determinato genere, sa cosa aspettarsi dalla pellicola”. 
“Ha mai incontrato Cavallero, durante o anche dopo le riprese del film?”- “Mai”.
In alcuni casi, le risposte di Lizzani sono di una disarmante ed efficace semplicità: “Come mai ha scelto Tomas Milian come interprete per il personaggio del commissario Basevi?”- “Mi piaceva come attore e volevo fornire un personaggio di poliziotto diverso, non duro… più umano”.
Al termine della conferenza, il regista romano si congeda dal pubblico, che pur non numerosissimo in sala gli tributa un lungo applauso.


domenica 28 ottobre 2012

Private eye

Il post di questo mese è dedicato alla figura dell'investigatore privato "hard boiled school".



Il falcone maltese
Dashiell Hammett
Titolo originale: The maltese falcon (1939)
Ed. Italiana consultata, 1967 (pocket Longanesi n°111)

Diffido degli uomini che non aprono mai bocca.
In genere essi scelgono il momento peggiore per parlare e dicono cose che non vanno.
Parlare è una di quelle cose, che non si possono fare giudiziosamente se non ci si tiene in allenamento.

Sam Spade e Miles Archer sono due piedipiatti privati di San Francisco.
Un giorno capita nel loro ufficio un’elegante signora, che dice di chiamarsi Wonderly e che offre ai due investigatori la somma di 200$, affinché questi scoprano la residenza di un tale Thursday.
Secondo il racconto della donna, costui avrebbe sedotto sua sorella, convincendola ad andare via di casa e portandola a San Francisco.
Spade ed Archer, pur non credendo al suo racconto, accettano l’incarico, attirati dal denaro.
Quando però Miles, che si è messo sulle tracce dell’uomo, muore, steso in un vicolo con una 45 automatica, Spade capisce di trovarsi in un brutto imbroglio.
La stessa notte in cui Miles viene ucciso, viene ritrovato anche il cadavere di Thursday e la polizia inizia a sospettare che il secondo omicidio sia opera di Spade, ansioso di vendicare il socio.
I colpi di scena non sono però finiti: il giorno seguente, fa irruzione nell’ufficio di Spade un tipo strano ed un po’ effeminato, tale Joel Cairo, che offre a Spade la vertiginosa cifra di 5.000 $, affinché ritrovi una statuetta smaltata, rappresentante un falco.
Per una qualche strana ragione, Cairo è convinto che la statua si trovi nell’ufficio di Spade ed insiste, arma in pugno, per perquisire il locale.
Spade si rende conto che Cairo e la misteriosa cliente del giorno prima siano collegati da un qualche legame, ma deve fare i conti anche con un misterioso quanto giovane pedinatore.
Il falcone maltese è il thriller nevrotico e freddo, che ha cambiato per sempre la narrativa poliziesca, dando all’hard boiled il suo primo grande romanzo.
In confronto i precedenti romanzi di Hammett, Red harvest e The Dain  course sembrano semplici esercitazioni di stile prima di arrivare a questo racconto mozzafiato, in grado di incantare il lettore sin dalle prime pagine.
Philip Marlowe è affascinante? I personaggi di Mickey Spillane e James Ellroy sono terrificanti?
Il detective Dave Sughrue, inventato da James Crumley, è decadente?
Beh, c’è un personaggio, che ha incarnato tutte queste componenti meglio e prima degli altri, è Sam Spade, il detective privato protagonista di questa novel e padre di tutti i private eye, che affolleranno la narrativa poliziesca negli anni a venire!
Il personaggio di Spade portò al successo sul grande schermo Humphrey Bogart, che lo interpretò in un’indimenticabile versione cinematografica del 1941, diretta da John Huston (in Italia il film fu distribuito col titolo: il Mistero del falco).
Il grande Bogey, già attore maturo e consumato, era l’interprete ideale per un personaggio durissimo, ma con un suo particolare codice etico.



La bella addormentata
Ross Mac Donald
Titolo originale: sleeping Beauty, 1973
Ed. Italiana consultata: I Classici del Giallo Mondadori n°918(2002)


Il 2010 sarà forse ricordato come l’anno della marea nera, il tremendo disastro ecologico, avvenuto nel Golfo del Messico.
Questo poliziesco, scritto ventinove anni fa da Ross Mc Donald, sembra anticipare quella catastrofe.
Il detective privato, Lew Archer, incontra per caso la giovane Laurel, seduta sulla spiaggia, nell’inutile tentativo di pulire un cormorano, vittima dello sversamento in mare di una piattaforma petrolifera al largo della California.
La ragazza, ipersensibile, sembra visibilmente traumatizzata ed Archer, convinto che la giovane non sia perfettamente capace di intendere e volere e non abbia un posto dove andare la porta in casa propria.
Qui Laurel telefona al marito, per chiedergli di venire a prenderla, ma tra i due sembra correre un litigio, dopo di che la ragazza chiede ad Archer di potersi servire del suo bagno, ne esce pochi minuti dopo e si congeda dall’investigatore, lasciando casa sua.
Archer si accorge, tuttavia, che la ragazza prima di uscire dal bagno ha asportato dall’armadietto dei medicinali una confezione di barbiturici e temendo che le sue intenzioni siano quelle di suicidarsi, si precipita fuori dall’abitazione per cercarla, ma senza successo.
Rintracciato il marito della donna ed i parenti di lei, scopre che Laurel altro non è che la nipote dello spietato petroliere William Lennox, proprietario della piattaforma, che ha causato indirettamente lo sversamento del greggio in mare.
Una telefonata al padre della giovane sembra lasciar credere che la donna, dopo aver lasciato l’abitazione di Archer, sia stata rapita.
Ma da chi?
I sospetti sembrano appuntarsi, in un primo tempo, su un balordo di nome Harold Sherry.
Il caso si complica però quando due cadaveri vengono ripescati nei pressi della villa dei Lennox, mentre dal passato della famiglia Lennox emergono misteriosi interrogativi.
La bella addormentata è dopo Bersaglio mobile forse il miglior poliziesco di Mc Donald. Il romanzo ha ritmo e coerenza e cosa abbastanza difficile riesce nell’impresa di intrecciare passato e presente narrativo, creando un mistery avvincente.



Il lungo addio
Raymond Chandler
Titolo originale: The Long goodbye (1953)
Ed. consultata,  Omnibus Gialli Mondadori (1971)

Terry Lennox è un povero diavolo, che ha il vizio di alzare un po’ il gomito.
A renderlo differente dalla sterminata folla di ubriaconi, che affollano Los Angeles, è il suo carattere orgoglioso ed altero: malgrado sia l’ex marito di Sylvia Loring,  donna ricca e potente, e possa battere cassa presso di lei, preferisce l’indigenza e la compagnia dello squattrinato investigatore privato, Philip Marlowe.
La frequentazione fra i due si interrompe improvvisamente, però, quando Lennox annuncia all’amico di voler tornare con Sylvia.
L’abbandono della vita randagia, da parte di Terry, ed il suo ritorno tra le braccia dell’infedele e poco affezionata ex moglie, segnano la fine del rapporto tra lui e Marlowe, che giudica la sua scelta un cedimento verso il lusso e le comodità di un’esistenza agiata.
Nonostante ciò, quando Terry verrà invischiato nell’omicidio della moglie, Marlowe non si tira indietro per assisterlo e lo aiuterà a fuggire in Messico.
Un gesto di amicizia, dettato anche dalla profonda convinzione che Terry sia estraneo al delitto: una convinzione che non verrà scossa neanche dal successivo suicidio dell’uomo, che prima della morte rilascerà, per iscritto, una completa confessione.
Mesi dopo, Marlowe viene contattato da Eileen Wade, perché scopra cosa si celi dietro il repentino cambiamento del marito, Roger, romanziere di successo ed autore di diversi best Sellers.
L’uomo è sempre più spesso ubriaco, soggetto a violenti scoppi di ira ed a crisi suicide.
La donna crede che dietro la metamorfosi del marito si nasconda un evento concreto, rimosso, ma ancora presente nel suo subconscio.
Marlowe scoprirà che la vicenda dei coniugi Wade è strettamente intrecciata a quella dell’amico, morto in Messico tempo prima.
Il Lungo Addio è il sesto romanzo con Marlowe protagonista ed uno dei più belli.
Chandler gioca con la corda dei sentimenti, senza scadere nel patetismo.



Hammett, cacciatore di uomini
Joe Gores
Titolo originale: Hammett, 1979
Ed. Italiana consultata: Il Giallo Mondadori n°1570(1979)

San Francisco 1928: Dashiell Hammett è un ex investigatore privato della Pinkerton, ormai dedicatosi alla scrittura; tuttavia quando un suo vecchio collega, Victor Atkinson, muore assassinato, nel corso di un’indagine sulla corruzione nell’ambito dell’apparato di polizia cittadino, Hammett decide di indossare nuovamente i panni del detective.
La ricerca del responsabile dell’omicidio di Victor, lo porterà ad incunearsi nei vicoli di Chinatown e nei postriboli e nelle case da gioco della città, rimuovendo il velo di corruzione ed ipocrisia, che regna nella metropoli americana.
“Hammett cacciatore di uomini” è un romanzo particolarmente brillante: in parte thriller, in parte storia romanzata ed in parte biografia, capace di mescolare elementi reali con altri semplicemente verosimili.
Reale è il passato di Hammett, il creatore dell’  “hard boiled school”, come “operatore”  dell’agenzia investigativa Pinkerton, così come reale è il fatto che a San Francisco, nel 1928, si sia costituita una commissione civica, per debellare la corruzione all’interno del dipartimento di polizia.
Il 1928 non è stato scelto a caso come anno di ambientazione della vicenda; come lo stesso Gores ha ammesso ad affascinarlo non era l’idea di scrivere su “Hammett detective”, quanto su “Hammett detective che diventa scrittore”, in sostanza su Hammett nel momento della sua evoluzione.
Scrivere richiede introspezione e comprensione- rivela Gores in appendice all’edizione mondadoriana del suo romanzo-  cose controproducenti e distruttive per il cacciatore di uomini. Infatti  lo indurrebbero a vedere l’avversario, la sua preda, come creatura umana, vulnerabile, sofferente e lui perderebbe quella forza emotiva, che gli permette di sopravvivere come investigatore.
Sono parole interessanti, soprattutto se si pensa che anche Gores, come Hamett, è stato un investigatore privato prima di diventare romanziere.
Il 1928, quindi si presenta come data ideale di ambientazione, in quanto è l’anno, in cui Hammett ha messo in cantiere i suoi primi quattro romanzi e lasua vita ha avuto una relativa stabilizzazione, dopo alcuni anni bui.
Dal romanzo è stato tratto anche un film, diretto da Wim Wenders e che avrebbe dovuto vedere lo stasso Gores impegnato, in fase di sceneggiatura.



Ora zero per il boia
George Joseph
Titolo originale: Swan song for a thrush 1962
Ed. Italiana: 1962 (I libri neri Mondadori n°15)

La vita non è stata tenera con Steve Bryden: espulso dall’FBI, a causa di una falsa accusa di corruzione si è poi arruolato tra i marines ed ha partecipato alla guerra di Corea, riportando una lesione permanente al ginocchio.
Congedato, ha aperto un’agenzia di investigazioni, ma gli affari vanno male.
Sul punto di piantare baracca e burattini e  chiudere definitivamente l’attività, gli capita tra le mani un lavoro facile: il miliardario Vance Rennell gli offre una lauta cifra per recuperare alcune lettere compromettenti, scritte all’ex amante, la giovane cantante Velie Naden.
Niente di illegale, Steve deve soltanto recarsi dalla donna e comprare le scottanti missive.
Qualcosa però non funziona a dovere.
 Il giorno seguente a quello della transazione, Steve legge sul giornale che Velie “l’allodola” è stata trovata morta, strangolata nella propria camera da letto.
Il decesso sarebbe avvenuto, secondo il coroner,  parecchie ore prima che Steve andasse a trovarla.
Per di più la foto di Velie, pubblicata sui giornali, non corrisponde all’immagine della ragazza, a cui l’investigatore ha dato il denaro e da cui ha ricevuto in cambio le lettere.
Qualcuno, a conoscenza del ricatto, si è sostituito alla vera Velie, dopo averla uccisa, ed ha arraffato i ventimila dollari, ma chi?
Lo stesso Steve, che ha lasciato nell’appartamento della cantante alcune impronte, è inizialmente accusato dell’omicidio: avrebbe ucciso la donna per recuperare le lettere e tenere per sé il denaro.
Esiste poi un’altra pista non meno inquietante: Velie si occupava di smerciare a New York una letale droga, il “Marquif” e forse Rennell non era l’unico uomo che l’ambiziosa e avida ragazza  ricattava.
Bryden non solo risolve il caso, ma la soluzione dell’enigma getta una luce sul suo stesso passato: scopre chi anni prima lo ha incastrato, costruendo le false accuse di corruzione, che lo hanno portato  a lasciare l’FBI, riabilita il suo nome e  trova pure moglie.
Il ritmo è quello giusto, ma la storia è costruita male: il protagonista arriva alla soluzione più per le rivelazioni, che gli vengono gradualmente fatte, servendogli di volta in volta brandelli di verità, che per il proprio talento.


Il Lato oscuro della vita
James E. Martin
Titolo originale: The flip side of life, 1990
Ed. Italiana 1993 (Giallo Mondadori n°2293)

Monica Broadbeck è un’insegnante part-time, segue privatamente Brendon, un ragazzino di otto anni, figlio del professore universitario Alan Gault.
 Brendon, dopo il suicidio della madre, avvenuto un anno prima, è rimasto sotto shock ed ha smesso di frequentare la scuola con regolarità.
 Da qualche tempo però Alan ed il figlio sono scomparsi, senza dare notizie.
Monica preoccupata si rivolge a Gil Disbro, investigatore privato, della cui donna Monica è un’affezionata amica.
E’ la stessa Monica a riferire che poco prima di scomparire il professore aveva ricevuto una visita da parte della cognata, Arlene, una seducente donna sui quarant’anni.
Durante il colloquio con quest’ultima, Gil apprende che i suoceri di Alan Gault ritenevano il professore responsabile della morte della moglie, nonché loro figlia, ed erano decisi a strappargli Brendon, anche a costo di assoldare un professionista specializzato in sottrazione di minori.
Da un sopralluogo all’Università, Gil apprende poi da un collega di Alan che un ragazzotto sulla ventina, Theodore Whickoff, si era intrufolato nel suo ufficio.
Sorpreso a frugare nei cassetti della scrivania, il ragazzo aveva dichiarato di avere un appuntamento col professore e, non avendolo trovato, aveva cercato della carta per scrivere un biglietto.
Attraverso lo schedario dell’Università, Gil risale all’ultimo recapito del giovane e vi si reca proprio nel momento, in cui una bionda sta abbandonando l’appartamento.
Dopo aver aspettato che la ragazza esca, si intrufola dentro e trova un cadavere … un uomo troppo vecchio per essere Theodore, il ragazzo descritto dal collega di Alan, e che del resto non coincide neanche con la descrizione del professore scomparso.
Un caso apparentemente semplice si trasforma in un’intricata matassa, la cui soluzione getta una luce inquietante anche sulla morte della moglie del professore, avvenuta un anno prima e superficialmente archiviata come suicidio.
Un intrigo ben studiato, che non si incarta nella macchinosità, un romanzo amaro e crudele …
Seconda avventura dell’investigatore privato di Cleveland, Gil Disbro.








domenica 22 luglio 2012

Uomini soli

 
La Vedova Nera
Patrick Quentin
Titolo originale: Black Widow 1952

Peter Duluth è un giovane impresario teatrale di New York
Un giorno, mentre la moglie è fuori città per assistere la madre malata, l’uomo conosce una ragazza ad un party.
Si tratta di una ragazza dall’aria insignificante.
Piantata, così dice lei, dalle persone che l’hanno portata con loro al ricevimento, se ne sta seduta ed annoiata sul divano.
Per un impulso di tenerezza, Peter le si avvicina e le da discorso.
La ragazza, di nome Nanny Orday, si dimostra simpatica e cordiale: ha la passione per la scrittura e le piacerebbe scrivere per il teatro, ma insicura di sé, teme di non averne il talento.
All’uomo la ragazza piace e visto che il ricevimento la annoia e la pulzella ha fame, le propone di uscire a mangiare un boccone assieme.
La frequentazione con Nanny procede innocente nei giorni seguenti.
Peter deve aver fatto il boy scout da piccolo e questa esperienza deve averlo segnato in profondità: quando la giovane di punto in bianco gli chiede se può passare le mattine a  scrivere casa sua, in quanto nella sua squallida stanzetta al Greenwich Village non riesce a concentrarsi,   Peter, che di solito dalle 8,00 sino all’ora di pranzo è in ufficio, non esita a dare a Nanny le chiavi del suo appartamento.
Grave errore, perché la signorina si fa trovare impiccata nella sua camera da letto.
Un delitto dai risvolti morbosi, in quanto il coroner appura che la giovane uccisa era incinta.
Difficile, per lo stralunato Peter, convincere la polizia che la sua relazione con la ragazza sia l’innocuo interessamento, condito da una buona dose di vanità maschile, di una persona buona verso una ragazza modesta.
Tutto sembra congiurare per una lettura meno banale e credibile: una relazione illecita, sfociata in omicidio, dopo la scoperta di una gravidanza non più occultabile.
Invisibili fili hanno cominciato ad avvolgersi attorno a Peter, i fili che andava tessendo il più velenoso dei ragni “La Vedova Nera”, che uccide i maschi che riesce ad attirare nella sua tela.
Avvincente e piacevole, scritto a quattro mani da Richard W. Webb e Hugh C. Wheeler , che si firmano con lo pseudonimo di Patrick Quentin.



La donna fantasma
William Irish (Cornell Woolrich)
Titolo originale: Phantom Lady 1942
1° ed. italiana: 1946
Ed. consultata: 2002 (I Classici del Giallo Mondadori n°923)

Quante volte, durante un litigio con la vostra fidanzata o con vostra moglie, l’avete minacciata di piantarla in asso e di invitare a teatro o a cena la prima donna disponibile, incontrata per strada?!
Beh tutti forse lo abbiamo fatto! Pochi credo hanno avuto il coraggio di mettere in pratica la minaccia.
Tra questi uomini c’è Scott Henderson: ha intenzione di chiedere alla moglie il divorzio e per ammorbidirla e convincerla a cedere con le buone (la donna aveva già rifiutato una volta) prenota un tavolo ad un costoso ristorante di New York e dei biglietti, per uno spettacolo canoro.
La donna però, per niente sedotta da tali attenzioni, mangia la foglia, aspetta che il marito finisca di prepararsi e quando lui è già agghindato gli dice chiaro in faccia che non intende uscire e che non  concederà mai il sospirato divorzio.
Strana donna la signora Henderson!
Ormai conduce col marito un’esistenza da separati in casa, frequenta altri uomini … ma per un sadico dispetto vuole tenere il marito vincolato a sé! 
Scott la minaccia di uscire da solo e di utilizzare i biglietti con la prima bipede di sesso femminile che avrebbe incontrato per strada.
Lo dice e lo fa: abborda una signorina col cappello arancione e passa la serata con lei.
I due occasionali compagni stringono il patto di non scambiarsi, per tutta la durata del loro incontro, nessuna informazione personale.
Uno sbaglio: quando Scott rientra a casa trova nella camera da letto alcuni robusti agenti della polizia ed il cadavere della moglie.
Strangolata con una cravatta di seta.
Solo allora il protagonista si accorge di non avere alibi.
Non sa il nome della sconosciuta con cui ha passato la serata del delitto e per la verità non riesce a ricordarne bene neanche la fisionomia.
Per colmo di sventura, le persone che ha incontrato durante la sera (un barista, il maitre del ristorante, il taxista) ricordano distintamente lui, ma non la signora che lo accompagnava.
Per la polizia non ci sono dubbi: Scott ha ucciso la moglie, poi è uscito solo e si è recato al ristorante ed a teatro, per crearsi un alibi.
La donna, l’unica che ricordando l’orario del loro incontro, potrebbe scagionarlo, sembra essersi volatilizzata.
L’agente Burgess e Lombard, un amico di Scott, credono nella sua innocenza ed iniziano una caccia alla donna fantasma, ma soprattutto una sfida contro il tempo, per salvare l’uomo dalla sedia elettrica.
Sorpresona finale.
Woolrich, padre del noir, firma questo romanzo con lo pseudonimo di Irish. 

Past and present

Il post di questo mese è dedicato a due romanzi particolarmente belli e suggestivi, in cui giocano un ruolo fondamentale la dimensione del tempo e la presenza di personaggi femminili particolarmente carismatici.


Un Pomeriggio da ammazzare
Shelley Smith
Titolo originale: An afternoon to kill (1953)
Ed. Italiana, 1991(Giallo Mondadori n°2218)

Lancelot Jones è un pedante professore, laureatosi ad Oxford.
Assunto da Mahmoud Kahn, capo di un piccolo Stato indiano, per fare da precettore al figlio, Jones parte alla volta dell’India su un piccolo aereo privato.
 Durante il volo è però costretto a fermarsi nel deserto per un’avaria al motore.
Uno spiacevole contrattempo, ma Lancelot non si perde d’animo.
Lascia il suo pilota a riparare il guasto e cerca rifugio in una casa che ha scorto da lontano.
Poi, con grande sorpresa, scopre che la proprietaria di quella casa è un’inglese. Si chiama Blanche Rose Sheridan (ma si fa chiamare Alva Hine) e ha scelto di vivere in Oriente per qualche misteriosa ragione.
Per ammazzare il tempo, l’anziana donna gli racconta una storia risalente a cinquant’anni prima, a quando, ancora ragazza, perde la madre e si trova a vivere sola col padre ed i fratelli, in una tranquilla città di provincia inglese.
Ad alterare gli strani equilibri familiari, venutisi a creare dopo il lutto, arriva un giorno una giovane ed affascinante donna,  Sophia Falk.
Sophia, povera ma dotata di grande carisma, seduce il padre di Blanche, rimasto vedovo, e si insinua nella vita di Blanche e dei fratelli.
La sua presenza finirà per scatenare sentimenti contrastanti, all’interno della famiglia Sheridan: il padre di Blanche e suo fratello Harry ne sono ammaliati e succubi e tra padre e figlio si sviluppa latente un’insana competizione, fomentata dalla stessa Sophia.
 La diciannovenne Blanche Rose, segretamente e consapevolmente innamorata del padre, ne è invece gelosa.
La giovane Sophia si rivela poi rapidamente agli occhi di Blanche Rose, per ciò che realmente è, un’astuta manipolatrice e cinica scalatrice sociale, per di più legata ad un altro uomo da un’illecita relazione.
Il suo omicidio apre quindi una serie di enigmi, che solo apparentemente vengono del tutto risolti: il passato getta infatti anche ombre inquietanti sul presente e ad un certo punto Lancelot Jones dovrà improvvisarsi investigatore per arrivare alla fine della storia.
“Una fine imprevedibile, beffarda, che neanche il lettore più smaliziato riuscirà ad anticipare”, così recita la quarta copertina dell’edizione mondadoriana di An afternoon to kill …ed ha perfettamente ragione.  


 
Miss Lizzie
Walter Satterhwait
Titolo originale: Miss Lizzie 1989
Ed. Italiana 1991 (Giallo Mondadori n°2168)

Lizzie Borden una scure afferrò
e quaranta colpi alla madre vibrò,
e quando vide ciò che aveva fatto,
ne vibrò al padre ben quarantaquattro…

1921: Amanda Burton è una ragazzina di tredici anni, curiosa e ribelle.
Vive assieme al padre, al fratello ed alla matrigna un’esistenza apparentemente serena.
In realtà, il rapporto tra il padre e la seconda moglie si è logorato da parecchio tempo e quest’ultima goffa e petulante non riscuote grande simpatia, presso Amanda ed il fratello.
Durante una vacanza estiva in Massachusetts, la ragazza conosce la sessantenne Elizabeth Borden, meglio conosciuta come Lizzie Borden.
La donna ha fama di aver assassinato, a colpi di scure, trent’anni prima, i genitori e sebbene la giuria l’avesse prosciolta dall’accusa, un’intera Nazione ha continuato a crederla colpevole.
Amanda la frequenta di nascosto un po’ per ribellione, un po’  per curiosità, trovando in lei un’amica sincera.
Una mattina, dopo un litigio casalingo con la matrigna, Amanda ne scopre il cadavere fatto a pezzi con un’accetta.
Il capo della polizia locale, Da Silva, non ha dubbi: ad uccidere, in preda ad un nuovo raptus di follia, è stata Lizzie: il delitto presenta peraltro straordinarie analogie con quello di Fall River, in cui la donna era rimasta implicata trent’anni prima.   
Buoni motivi per uccidere avrebbero però anche Amanda, il fratello William ed il padre dei due ragazzi, da tempo insofferente nei confronti del rapporto coniugale con la donna.
 Amanda per scagionare sé stessa ed i familiari si improvvisa investigatrice e con l’aiuto di Lizzie, di un agente della Pinkerton e di un intuitivo avvocato del luogo riesce a smantellare i sospetti e la diffidenza di un’intera cittadina ed a fare luce sul caso.
La soluzione dell’enigma riporterà a galla anche gli eventi, consumatisi trent’anni prima a Fall River.
Secondo (bel) romanzo di Walter Satterthwait, il primo ad essere pubblicato in Italia.
Il personaggio di Lizzie Borden è esistito veramente.
Protagonista di uno dei più controversi casi giudiziari della storia americana, la giovane Lizzie era stata accusata, nel 1892, del duplice omicidio dei genitori ed assolta, per mancanza di prove e di movente. Entrata di prepotenza nel folklore e nell’immaginario americano, ha dato il proprio nome anche ad un leggendario gruppo rock.


martedì 1 maggio 2012

Delitti di provincia


Lettere Mortali
 Ruth Rendell
Titolo originale: From Doon with Death, 1964
Ed. Italiana 1980 (Giallo Mondadori n°1664)

Il corpo fu fotografato da varie angolature, e il dottore esaminò il collo ed viso gonfio.
Poi le chiuse gli occhi, e la signora Parsons smise di guardarli.
“Bene” disse Wexford.
“Bene”. Scrollò leggermente la testa.
In fondo, non c’era nient’altro da dire.

Kingsmarkham è una tranquilla cittadina del Sussex, ovvio quindi che la sparizione di una donna e poi il ritrovamento del suo cadavere, in un bosco adiacente la campagna dei Prewett, susciti un certo scalpore.
A rendere ancora più intricato il mistero è la stessa personalità della donna uccisa: la sig.ra Margareth Parsons, donna modesta, orfana, casalinga solerte, sposata con l’insignificante e bigotto sig. Parsons, non è certo ciò che si definisce una donna di mondo.
Ristabilitasi da pochi anni a Kingsmarkham, in cui aveva trascorso l’adolescenza ed aveva frequentato le scuole, non aveva amicizie di alcun genere, chiusa in una monotona e grigia esistenza, divisa tra la cura della casa e l’attività all’interno della chiesa metodista.
Il tempestivo arrivo di una missiva, indirizzata a Margareth, da parte della cugina e confidente, Anne Ives, residente in Colorado, e consegnata dal sig. Parsons all’ispettore Wexford, incaricato dell’indagine,  apre nuovi scenari:
 nella lettera Anne, che evidentemente risponde ad una precedente missiva di Margareth, incoraggia esplicitamente la cugina ed amica ad accettare le attenzioni di un certo Doon, personaggio riemerso dal passato di Margareth e senz’altro conosciuto dalla donna dodici anni prima, quando era ancora studentessa.
Neanche Anne, contattata dalla polizia inglese, conosce peraltro l’identità del misterioso corteggiatore della cugina.
Il ritrovamento, nella soffitta dei Parsons, di alcuni libri di poesia vittoriana, all’interno dei quali compaiono ardenti e poetiche dediche, datate 1951, a firma  dello stesso Doon, fanno supporre alla polizia, che la donna uccisa avesse una vita segreta ed avesse riallacciato una relazione con un vecchio spasimante, perso di vista dodici anni prima, e rincontrato, quando si era nuovamente trasferita a Kingsmarkham.
Convinto che la relazione clandestina della sig.ra Parsons sia alla base del mistero della sua morte, Reginald Wexford ed il suo braccio destro, Mike Burden, iniziano un’estenuante caccia all’uomo dal finale sorprendente.
Primo romanzo di Ruth Rendell, definita (giustamente) dalla critica inglese come la più grande scrittrice poliziesca dopo Agatha Christie.
Il romanzo è del 1964, ma viene pubblicato dalla Mondadori in Italia solo nel 1980 e dopo che della scrittrice sono già apparsi, sempre nella collana “Il Giallo Mondadori”, altri sei romanzi: Il mio peggior nemico n°1096, Rebus per un Funerale n°1217, Caccia a Kidnapper n°1241, Paura di uccidere n°1485, Sulle orme di un’ombra n°1593, La morte mi ama n°1647.
Il personaggio dell’ispettore capo Wexford verrà usato dalla scrittrice in tredici romanzi e cinque racconti, prima di passare a romanzi senza personaggio fisso.

Ruth Rendell è nata a Londra il 17 febbraio 1930. Ha frequentato le scuole superiori di Loughton, nell’Essex.
 Nel 1950 ha sposato Donald Rendell, da cui ha divorziato, per poi risposarsi nel ’77.
Prima di diventare scrittrice, ha fatto la giornalista e la redattrice. Nel 1964, esordisce nella narrativa poliziesca con From Doon with death.
Considerata dalla critica britannica l’unica erede della Christie, si distingue dalla maestra per le atmosfere cupe ed inquietanti, che i suoi romanzi sanno creare, regalando al lettore, secondo Massimo Moscati, “brividi highsmithiani” più che “christiani”.


Maigret e il caso Saint –Fiacre
 George Simenon
(1933)
 
Quando una missiva anonima giunge al commissariato di polizia, annunziando che un delitto avrebbe avuto luogo a Saint Fiacre, durante la prima messa domenicale, di quella settimana, Maigret si reca sul posto.
Convinto che si tratti di uno scherzo, assiste invece, durante la funzione, al più geniale dei delitti: vittima dell’omicidio è la contessa di Saint Fiacre, stroncata da un infarto, provocatogli, come il commissario capirà in seguito, da un finto ritaglio di giornale, infilatole tra le pagine del messale e che riporta la falsa notizia del suicidio del figlio.
Maigret è nato a Saint -Fiacre, figlio dell’amministratore del castello, ha vissuto nel mito della famiglia aristocratica, che vi abitava: per lui, ragazzino, la contessa, alta e snella, era un modello di femminilità assoluta e guardava con invidia la carrozzina, che trasportava l’ultimo rampollo dei conti di Saint Fiacre.
Le indagini portano però Maigret a scoprire una realtà poco brillante e diversa dalle sue mitizzazioni infantili: la contessa, rimasta vedova, era solita intrecciare relazioni con i suoi giovani segretari, di volta in volta diversi; il figlio, che, ignaro della morte della madre, si era precipitato al castello per chiedere alla contessa un prestito di 40.0000 f., è un ragazzaccio avventato e senza valori, che vive a Parigi, dissipando il patrimonio familiare;
Le meravigliose tenute dei Conti sono tutte ipotecate e la loro situazione patrimoniale è vicina al collasso.
Ma chi ha organizzato l’omicidio?
…. il severo prete della Chiesa di Saint Fiacre, per eliminare la donna, che con la sua condotta dava pubblico scandalo nel paese? …o forse il figlio della contessa, bisognoso di denaro, e desideroso di togliere di mezzo la madre, che dissipava il residuo patrimonio della famiglia in doni al suo nuovo e giovane amante, Jean Métayer? …o forse lo stesso Métayer, cui la contessa aveva assicurato un legato nel testamento? … e poi c’è il sig, Gautier, il nuovo amministratore della famiglia e suo figlio … Un poliziesco, che somiglia ad una rappresentazione teatrale ed in cui lo stesso commissario Maigret è relegato alla funzione di semplice spettatore.

domenica 18 marzo 2012

Made in Italy


Spazio al Giallo di casa nostra con quattro maestri del mistery  nostrano.

A che punto è la notte?
Fruttero & Lucentini
Rizzoli 1985
Che cos’è veramente Dio? Si chiese Santamaria senza falsa modestia.
Da un punto di vista professionale, una sola analogia sembrava adattarsi abbastanza bene al difficile caso.
Remoto enigmatico, inaccessibile, il Grande Mafioso non era mai stato visto a volto scoperto; ma il suo immenso potere si manifestava fulmineamente dovunque, e tutti erano consapevoli di non poter muovere un passo, fare un gesto, senza che Egli lo venisse subito a sapere: Anche altri attributi corrispondevano: la smisurata ferocia, le dure lezioni impartite a nemici e traditori, temperate tuttavia da tenerissime indulgenze, da subitanei, quasi capricciosi slanci di generosità nei confronti di vedove, anime semplici, bambini.
Si dava per certa l’esistenza di un Suo occulto piano, così sottile, meticoloso e complesso che nessuno pensava di poterne seriamente indagare il fine ultimo. Ma molti affermavano di averne scoperto certe parziali fasi, certi nessi e dettagli, certi moventi limitati, e altri - millantatori , profittatori, esaltati, pazzi- tentavano continuamente di inserirsi nel "giro" proclamandosi esecutori diretti della Sua vera volontà; mentre alcuni bene informati  facevano correre ambigue voci circa la Sua triste, solitaria vecchiaia, la Sua inarrestabile emarginazione, addirittura la Sua morte.

Torino, inizio degli anni’80, durante una cerimonia religiosa, che sembra più simile ad uno spettacolo teatrale, l’eccentrico parroco Don Pezza viene ucciso con una piccola carica di esplosivo, piazzata all’interno di un cero.
Un omicidio singolare che coinvolge personaggi ancor più singolari, come gli abituali frequentatori della parrocchia di Santa Liberata, teatro dell’incredibile delitto.
Durante la difficile indagine, il commissario Santamaria si trova a dover fare i conti con una serie di ipotesi bizzarre: quella di un omicidio di stampo mafioso, maturato all’interno degli ambienti dei siciliani, residenti nella zona della cosiddetta fascia, o quella di un delitto che ha a che fare con un’eresia millenaria, ma di cui la Curia torinese sembra ancora aver paura, o quella infine di una mega truffa ai danni della FIAT, l’azienda automobilistica italiana per eccellenza, e culminata in tragedia.
Fruttero e Lucentini danno vita ad un meraviglioso carosello di figure: l’ing. Vicini, frustrato quadro della Fiat, che consapevole della propria mediocrità simula perversioni che non ha (un cripto normale); Don Pezza, parroco progressista, convertitosi all’anticonciliarismo; gli inconcludenti intellettuali,che orbitano attorno ad una non identificata casa editrice di Torino (l’Einaudi?); Graziano, play boy con la passione per le auto e la musica leggera e che di lavoro fa il contabile della Mafia….
Un romanzo gradevole e ben scritto, in cui la cura per i personaggi e lo stile letterario valgono l’80% della lettura.



Hotel Mozart
Renato Olivieri
Italia 1990 (Oscar Mondadori n°)

Nona inchiesta del Commissario Giulio Ambrosio, che per l’occasione lascia, ma solo per qualche capitolo, la sua nebbiosa Milano, per la non meno uggiosa Vienna.
 Stavolta il nostro commissario si trova a dover affrontare un caso di duplice omicidio.
Tutto inizia in una piovosa mattinata autunnale, quando un piccolo imprenditore milanese viene trovato morto in una Mercedes grigia, parcheggiata in via Leoncavallo.
L’uomo è stato colpito al collo ed al torace con una calibro 38 a distanza così ravvicinata che non ci sono dubbi sul fatto che la vittima conoscesse il suo assassino.
Spartaco Proserpio, questo è il nome dell’uomo, è però solo il primo dei due cadaveri, sul quale Ambrosio si imbatte: pochi giorni dopo il ragionier Valle, braccio destro dell’imprenditore, si suicida, gettandosi dal balcone, prima che il commissario possa interrogarlo.
Suicidio o omicidio?
E poi c’è un terzo cadavere, quello di Vittorio Orsini, uno strano avventuriero col vizio del gioco, appassionato di cultura mitteleuropea.
Il cadavere di Orsini era stato trovato mesi prima su una panchina, senza documenti, morto per cause apparentemente naturali.
Era stata la moglie Clara, ex fotomodella, a riconoscerlo.
Sulla sua morte sembravano non esservi dubbi: era stato il fegato a tradirlo.
Ambrosio si convince tuttavia che ci sia un legame tra le tre morti: prima di essere trovato cadavere infatti Orsini e la sua famiglia erano stati minacciati da Proserpio e Valle, per una questione di denaro.
Ovviamente il commissario milanese risolve l’intrigo.
Peccato che non segua nessun filo logico apparente, ma solo l’intuito.
L’atmosfera di Milano prima e Vienna poi, la capacità di Olivieri di scavare a fondo nella psiche dei suoi personaggi, lo stile narrativo impeccabile non possono riscattare un romanzo, costruito su poche idee.


Venere Privata
Giorgio Scerbanenco
Gialli Garzanti n°100, 1976

Ogni volta che si trova uno sfruttatore bisogna schiacciarlo.
 Ma che vuoi schiacciare, tenerezza mia, più ne schiacci e più ce ne sono.
E va bene, ma forse bisogna schiacciarli lo stesso.

Duca  Lamberti, medico radiato dall’albo per avere aiutato una paziente in stato terminale a morire, viene contattato, attraverso la mediazione di un amico del padre il commissario di Polizia Carrua, da un facoltoso uomo d’affari milanese, affinché disintossichi il figlio venticinquenne, affetto da alcolismo.
Nonostante la propria riluttanza, Duca, costretto dalla sua difficile situazione economica, accetta l’incarico.
Presto si rende tuttavia conto che il problema di Davide, il ragazzo affidato alle sue cure, è molto più complesso di quanto non sembri: l’alcolismo in cui è piombato il giovane è frutto infatti del profondo senso di colpa da lui maturato, per non aver aiutato una prostituta, che lo aveva implorato un anno prima, durante un occasionale incontro in strada, di portarla via, lontano da Milano.
La donna, respinta da Davide, che ne aveva giudicato paranoico il comportamento, era poi stata trovata morta il giorno dopo.
Duca comprende che l’unico modo per scardinare il complesso di colpa di Davide è mettere le mani sui colpevoli dell’omicidio della giovane prostituta.
A fare ciò l’ex medico è peraltro spinto anche dal suo senso di giustizia e dal suo personalissimo codice etico, che gli impone di agire anche al di fuori dei confini dettati dalla legge.
Venere Privata è il romanzo che ha fatto entrare Scerbanenco, già autore di alcuni romanzi rosa, nel ristrettissimo numero dei grandi autori polizieschi italiani.
Dotato di una prosa gradevole e lineare, ma aderente al parlato e con non poche incursioni nel dialetto milanese, Scerbanenco costruisce un romanzo ricco di spunti e di riferimenti all’attualità.
La cosa che lascia quanto meno sorpresi è, tuttavia, l’estrema omofobia dell’autore, pronto invece a sospendere (giustamente) il proprio giudizio morale su eutanasia e prostituzione volontaria.
Il disprezzo dello scrittore di origini russe verso i gay si esprime attraverso una serie di  espressioni, degne di James Ellroy, quali invertito, schifoso pederasta o anomalo: la stessa descrizione dell’omosessuale, rappresentato come un uomo anonimo, quasi senza volto, ha qualcosa di ideologico:
Uscendo dal bagno sentì il giovane bestemmiare, dal modo, in cui pronunciò la volgarissima bestemmia, capì subito, senza dubbi, che cos’era: un invertito, un vero squallido terzo sesso, adesso tutto l’incolore della sua persona fisica si spiegava, doveva essere l’incolore mostruoso dei mutanti descritti nei romanzi di fantascienza, a metà strada esatta della mutazione, quando hanno ancora solo l’involucro umano, ma mente e sistema nervoso appartengono già all’orrenda nuova specie.
Che questa descrizione non sia solo espressione del punto di vista di un personaggio, ma sia rappresentativa delle idee dell’autore è deducibile dal fatto che essa non è isolata e che descrizioni simili, sebbene meno ridondanti, ricorrano anche in altre parti del romanzo.









domenica 29 gennaio 2012

La prima volta di... (I)


Il titolo del post di questo mese si riferisce al debutto di tre fra i più importanti personaggi della letteratura noir: Hercule Poirot, Perry Mason e Nero Wolf.
Il debutto sulla carta stampata di Poirot e Wolf coincide con quello dei loro creatori letterari, mentre Stanley Gardner, autore di Perry Mason, aveva già pubblicato in precedenza, con lo pseudonimo di A.A. Fair, una detective story, avente come protagonista l’investigatore privato Donald Lam, personaggio poi ripreso in altri romanzi.


Poirot a  Styles Court
Agatha Christie
The mysterious affair at Styles, 1920
Ed. Italiana consultata, 1990 (I Maestri del Giallo Mondadori - De Agostini)


“Poirot era un ometto dall’aspetto straordinario: Era alto meno di un metro e sessantacinque, ma aveva un portamento molto eretto e dignitoso. La testa era a forma di uovo, costantemente inclinata da un lato. Le labbra erano ornate da un paio di baffi rigidi, alla militare.
Il suo abbigliamento era inappuntabile. Penso che un granello di polvere gli avrebbe dato più fastidio di una ferita.”

Hastings è stato appena congedato, a causa di una ferita riportata sul fronte.
Deve stare a riposo e perciò, quando l’amico John Cavendish lo invita nella propria tenuta a Styles Court, all’ex militare non sembra vero di poter trascorrere un periodo di relax in campagna.
La casa in realtà non è proprio dell’amico…
La tenuta una volta era appartenuta al padre di John, ma poi questi, rimasto vedovo, si era risposato con una donna di nome Emily.
Alla sua morte, aveva lasciato la tenuta e la maggior parte dei suoi beni alla nuova consorte, con grave disappunto dei figli, John e Lawrence.
Per carità la matrigna non aveva mai lesinato denaro ai due figliastri…
All’improvviso però la donna ormai anziana si era risposata col bizzarro Alfred Inglethorp, più giovane di lei di molti anni.
Inglethorp, evidentemente un cacciatore di doti, ha sposato la vecchia signora col chiaro intento di mettere le mani sulle sue proprietà e vive a Styles circondato dal rancore dei domestici e dei figliastri della moglie.
La vacanza nella tenuta dei Cavendish si dimostra per Hastings molto problematica: la tensione è palpabile ed è appena mascherata dall’ipocrita deferenza, che tutti cercano di mostrare alla signora Emily.
Chi sarà il suo successore testamentario?
La signora infatti è molto volubile.
Poi Emily muore; la causa sembra essere avvelenamento da stricnina.
Scotland Yard apre un’inchiesta, ma Hastings contatta un suo amico, affinché conduca le indagini con maggiore discrezione.
L’amico è Hercule Poirot, funzionario della polizia belga, profugo in Inghilterra dopo l’invasione tedesca del suo paese. 
Risolverà il caso mettendo tutti i tasselli al loro posto.
Primo romanzo poliziesco della futura regina del delitto: pubblicato nel 1920, è stato scritto in realtà nel ’18.
La leggenda vuole che Agatha Christie, all’epoca infermiera, lo abbia composto in seguito ad scommessa con la sorella.

La Traccia del serpente
Rex Stout
Titolo originale: Fer-de-lance 1936
1° ed. Italiana: 1936
Ed. consultata 1973 (I Classici del Giallo Mondadori serie oro n°167)

“Wolf alzò il testone. Mi soffermo su questo poiché ha una testa così grossa che l’atto di sollevarla dà l’impressione di una fatica non indifferente. In realtà deve essere ancora più grossa di quel che sembra, infatti, il resto della sua persona è così enorme, che qualunque testa che non fosse la sua scomparirebbe letteralmente su quel corpo.”

Maria Maffei, cameriera italiana, emigrata in America si rivolge all’investigatore privato, Nero Wolfe, perché ritrovi il fratello scomparso.
 Questi, nonostante fosse un abile artigiano non era mai riuscito ad ambientarsi negli Stati Uniti, dove da circa un anno aveva raggiunto la sorella, per cercare lavoro.
Sfiduciato, aveva quindi deciso di  tornare nel proprio paese, ma qualche giorno prima della partenza si era volatilizzato senza lasciare traccia di sé.
Attraverso un abile colpo di genio, Wolfe mette in connessione la morte del fratello della signora Maffei, il cui cadavere verrà ritrovato dalla Polizia nel fiume, con quella di un simpatico e composto professore di Università, morto per cause apparentemente naturali, mentre giocava a golf.
La ricerca dell’assassino si rivelerà però ardua e l’obeso Wolfe finirà persino per trovarsi un grosso serpente nel cassetto della scrivania.
E’ il 1936, quando Stout dà vita al più grasso, goloso, avido e matto investigatore privato della narrativa poliziesca ed al suo braccio destro Archie Goodwin.
Wolfe e Goodwin sono più che una moderna versione della coppia Holmes - Watson, come li ha definiti Edmund Wilson: Essi rispondono a due diversi tipi di investigatore privato: Wolfe è il genio deduttivo alla Holmes, Archie un simpatico scavezzacollo alla Mike Hammer.
Assieme fondono classico e giallo d’azione all’americana.
Più che i per i suoi singoli romanzi, sempre piuttosto macchinosi ed un po’ inverosimili, di Stout rimarrà questa intuizione di fondo ed ovviamente i suoi personaggi, che con la loro simpatica follia hanno conquistato tre generazioni di lettori.

Perry Mason e le zampe di velluto
Erle Stanley Gardner
Titolo originale: The Case of the velvet claws (1933)
Ed. Italiana, 1937 (Giallo Mondadori n°6)

“Perry Mason era seduto alla sua scrivania: il suo volto faceva pensare alla faccia di un giocatore di scacchi che studia la posizione dei vari pezzi.
Raramente la sua espressione mutava. Ricordava un uomo che medita e lotta, un uomo capace di lavorare con infinita pazienza per condurre l’avversario al punto voluto, e finirlo poi con un colpo decisivo. Scaffali pieni di volumi rilegati  coprivano le pareti. In un angolo una grande cassaforte.
Due poltrone, oltre quella girevole di Mason, completavano i mobili dell’ufficio la cui atmosfera sembrava permeata della rude e schietta personalità del capo”.

L’avvenente Eva Griffin si rivolge a Perry Mason, l’avvocato del diavolo, perché faccia da tramite nelle trattative tra sé e Frank Locke, direttore della rivista scandalistica Citizen.
Questi ha scoperto la sua relazione con Harrison Burke, uomo politico di successo, e la sta ora ricattando.
Il suo caso è tuttavia ricco di incognite: Perry Mason scopre presto che il vero nome della donna è Eva Belter, moglie del ricco e spietato uomo d’affari George Belter.
Attraverso l’amico investigatore Paul Drake, l’avvocato di Boston  viene a sapere che Belter è il vero proprietario del Citizen,di cui Locke è solo un prestanome.
La faccenda, già incresciosa, è destinata a complicarsi ulteriormente: durante una notte di pioggia, Mason viene svegliato da una telefonata.
E’ Eva che, con la voce rotta dal pianto, gli dice di aver sentito uno sparo nello studio del marito, precipitatasi a controllare ne ha visto il cadavere ed è fuggita.
La polizia è convinta che la colpevole sia lei.
Perry Mason è l’unico a credere alla sua innocenza  e ne assume la difesa.
L’avvocato del diavolo deve tuttavia lottare su molti fronti; uno dei più insidiosi è l’attività di depistaggio della sua cliente, che dopo aver tentato di manipolare la scena del delitto, confessa alla polizia di aver sentito, poco prima dello sparo che ha ucciso il marito, la voce  Perry Mason nello studio di quest’ultimo.
Braccato dalla polizia, Mason riuscirà comunque a scagionare la sua cliente e ad assicurare il vero colpevole alla forca.
Prima avventura dell’avvocato, creato da Gardner, che comunque aveva già debuttato nel mystery con lo pseudonimo di A.A. Fair e con il personaggio dell’ispettore Donald Lam.
Un’avventura atipica se si tiene conto che Mason riesce a chiudere il caso prima ancora di essere costretto a mettere piede in tribunale e che la sua cliente è una stronza allucinante (anche se accusare di omicidio il proprio avvocato, per costringerlo ad impegnarsi a fondo nel caso, non mi sembra un piano geniale !)
Ultimo rilievo: non sono riuscito a capire il significato del titolo, che comunque riproduce fedelmente l’originale inglese.