lunedì 19 novembre 2012

Un pomeriggio con Umberto Lenzi



La penultima giornata del B movie festival, svoltasi sabato 17 novembre, a Palazzo Morando a Milano, ha visto la presenza del regista Umberto Lenzi, impegnato in due conferenze.
Durante la prima, svoltasi poco prima delle 19.00, l’ottantenne regista ha presentato il suo ultimo romanzo, “Spiaggia a mano armata”.
Tomas Milian in "Milano odia: la polizia non può sparare" (1974)
Da tempo infatti Lenzi, attaccata la cinepresa al chiodo, si dedica alla scrittura con risultati peraltro non spiacevoli.
Il romanzo presentato ieri è il quarto avente come protagonista il detective privato, Bruno Astolfi.
Immancabile la domanda, da parte del pubblico, se Lenzi abbia pensato ad uno sbocco cinematografico per la serie poliziesca da lui ideata e chi sarebbero per lui regista ed interprete principale ideali.
Il principe del poliziesco di casa nostra non si è fatto trovare impreparato alla domanda, asserendo di pensare piuttosto ad una serie televisiva, in quanto convinto che il suo personaggio abbia le stesse potenzialità del commissario Montalbano di Camilleri.
Confessa, tuttavia, che come regista della serie non pensi affatto a sé stesso e di preferire stare a casa a mangiare bistecche e bere barbera piuttosto che tornare dietro la macchina da presa.
Crede che il regista ideale della serie debba essere un giovane, non vuole fare nomi, ma poi si lascia scappare un indirizzo di gradimento per Stefano Sollima”, regista della serie TV “Romanzo criminale”, a suo dire, migliore rispetto all’omonimo film di Michele Placido, anch’esso tratto da Giancarlo De Cataldo ed ispirato alle imprese criminali della banda della Magliana, migliore perlomeno per la scelta degli attori, che sembrano realmente presi dalle borgate romane.
L’attore ideale per interpretare il personaggio di Bruno Astolfi? “Mi piacerebbe un attore simile allo scomparso Lino Ventura”.
Al ragazzo che gli chiede che differenza ci sia fra lo scrivere un romanzo e dirigere un film, Lenzi risponde parafrasando il generale Von Clausewitz: “la scrittura per me è attività cinematografica condotta con altro mezzo e poi i miei romanzi sono molto cinematografici”.
Henry Silva, in "Milano odia: la polizia non può sparare" (1974)
Conclusasi la presentazione del libro e dopo una pausa, il regista si sottopone di buon grado ad una breve intervista di Max Croci, regista del documentario “Italia ’70, il cinema a mano armata”, dedicato al fenomeno del poliziottesco, genere di cui Lenzi è stato assieme a Stelvio Massi e Sergio Martino, uno dei maggiori esponenti.
Nel corso della “chiacchierata” con Croci, Lenzi parla dei suoi maestri; si dividono in due gruppi: i registi francesi di Polar come Jules Dassin e gli americani Raoul Walsh, Samuel Fuller ed Henry Hathaway, specialisti del genere noir.
Il regista italiano sottoline la circolarità dei modelli, spiegando come Heathaway, che lui ed altri Italiani hanno preso a modello, fosse in realtà a sua volta debitore nei confronti dei grandi maestri del neorealismo italiano.
Riguardo al rapporto del regista grossetano con Milano, città di ambientazione di molti suoi film, Lenzi asserisce che il Capoluogo lombardo assieme a Napoli ha sempre fornito le cornici più suggestive dei suoi polizieschi, ma che il rapporto con la città sia in realtà anteriore a “Milano odia: la polizia non può sparare” (1974), primo dei suoi film poliziotto e risalga invece a due anni prima, alla direzione, cioè, di “Milano rovente” (1972), film ascrivibile più al genere noir che al filone poliziottesco e rimasto perciò isolato rispetto alla sua produzione successiva.
Immancabili poi gli aneddoti sui film, raccontati dal regista con irresistibile simpatia.

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