In occasione della festa di Ognissanti, dedico il post di questo mese a due romanzi a tinte horror che, con pretese
artistiche e livelli letterari molto
diversi, criticano lo yuppismo ed il
decennio che di quel fenomeno ne fu la culla: gli anni ’80.
Spanky
Christofer Fowler
Titolo Originale: Spanky, 1994
Ed. consultata:
Collana Le Ombre n°17, Editrice Nord
Io sono te Martyn. Il
lato oscuro di ogni uomo nasconde un demone ben celato ed io non sono altro che
il tuo, venuto alla luce.
Ripensa agli anni ’80
quando al paese venne detto improvvisamente che era una buona cosa essere
avidi, essere ricchi e senza scrupoli, chiudere gli occhi sulla povertà e le
sofferenze altrui.
Come reagimmo? Fummo
d’accordo, Martyn.
Fummo d’accordo per
dieci lunghi anni. Ognuno di noi ha la predisposizione naturale alla crudeltà.
Martyn Ross ha 23 anni, fa il commesso in un mobilificio di
terza categoria; è indolente e pigro, senza alcuna passione per il proprio
lavoro ed alcuno stimolo a migliorarsi.
La sua vita personale segue lo stesso canovaccio di quella
lavorativa: la sua ragazza lo ha
lasciato, per la sua indolenza, e vive in uno squallido appartamento in
condivisione. Ma un giorno incontra Spanky, un personaggio misterioso ed
affascinante, che riesce d’incanto a cambiare la sua realtà, trasformando ogni
fallimento in un successo: amici, donne, lavoro … con l’aiuto della magia, ma
soprattutto infondendo nel suo pupillo aggressività, sicurezza e capacità di
iniziativa, il misterioso Spanky darà a Martyn l’occasione di trasformarsi in
tutto ciò che non è, ma che avrebbe voluto essere: un giovane manager di
successo.
Peccato che ogni progresso di Martyn nella vita sociale sia
la conseguenza di disgrazie altrui!
La vita tuttavia è fatta così: persone che riescono ad
andare avanti ed a farcela ed altre destinate a soccombere nella lotta dell’esistenza;
d’altronde gli agi del nuovo corso della sua vita soffocano presto i sensi di
colpa, che si fanno strada nell’animo del protagonista.
Ma perché mai qualcuno dovrebbe aiutare un perdente nato
come lui?!
Non può trattarsi di
un gesto disinteressato, anche se il protagonista fa l’errore di crederci
davvero.
Senz’altro ci sarà un prezzo da pagare … E infatti c’è, ma
non ha nulla a che vedere con l’anima, come assai presto Martyn scoprirà con
orrore.
Anzi, esattamente al contrario! Romanzo avvincente e ben scritto che, pur non allontanandosi dalla sua
funzione di intrattenimento, intrecciain filigrana una blanda critica contro
il carrierismo dei giovani rampanti della middle class
American Psycho
Bret Easton Ellis
(traduzione
di Giuseppe Culicchia)
Titolo Originale: American Psycho, 1991
Ed. consultata:
Einaudi Tascabili 863
Patrick Bateman è
giovane, bello, ricco. Vive a Manhattan, lavora a Wall Street, e con i colleghi
Timothy Price, David Van Patten e Craig McDermott frequenta i locali più alla
moda, le palestre più esclusive e le toilette dove gira la migliore cocaina
della città, discutendo di nuovi ristoranti e di moda maschile. Secondo Evelyn
Richards, la sua giovane, bella e ricca fidanzata, Patrick Bateman è “il ragazzo
della porta accanto”. Ma la vita del protagonista di American Psycho è scandita
da altre ossessioni. Riuscire a prenotare un tavolo al Dorsia, il carissimo
ristorante frequentato dal suo idolo Donald Trump, ad esempio. Saperne di più
sul misterioso portafoglio Fischer gestito da quella volpe di Paul Owen.
Restituire le videocassette prese a nolo, tra cui quella di “Omicidio a luci
rosse”, affittata trentasette volte di seguito. E non perdere neppure una puntata
del “Patty Winters Show”. Inotre quando le tenebre calano su New York, Patrick
Bateman, il ragazzo della porta accanto, si trasforma in un torturatore
omicida, freddo, metodico, spietato. (Giuseppe Culicchia)
American Psycho è stato un sorprendente e controverso caso
letterario, le cui ragioni vanno sicuramente ricercate nelle scioccanti
descrizioni sado - pornografiche, presenti nel libro, ma anche e soprattutto
nella lucida, accurata e crudele analisi di un tipo sociale (lo yuppie, giovane rampante della classe
media americana) e di un’epoca (gli anni ’80, decennio di sfrenato e sfacciato
edonismo, in cui l’aspettativa di progresso indefinito e la promessa di
benessere, per chiunque sapesse cogliere le opportunità offerte dal mercato
sembravano concrete e reali).
Easton Ellis descrive con selvaggia crudeltà ed ironia,
alternando registri letterari diversi, l’assenza di identità e l’alienazione
dei giovani colletti bianchi americani di fine secolo.
I giovani agenti di borsa, protagonisti del suo romanzo, passano
il loro tempo a scrutarsi a vicenda, a giudicarsi sulla base del loro unico
criterio di valore: l’osservanza dei canoni di eleganza, imposti dalle riviste
di moda maschile.
Essi risultano identici gli uni agli altri, nella loro
assoluta mancanza di personalità.
Lo stesso protagonista, in una delle sequenze più comiche
del romanzo, troverà comprensibile che un collega lo scambi per un’altra
persona:
Prima di uscire Paul
Owen si ferma al nostro tavolo. Porta occhiali da sole Persol e regge una
cartella Coach Laetherware.
-Salve gente - dice
Owen presentandoci i due tipi che sono
con lui, Trent Moore e un certo Paul Denton, Reeves ed io stringiamo loro la
mano senza alzarci. George e Todd cominciano a parlare con Trent che è di Los
Angeles e sa dove si trova Nekenieh.
Owen rivolge la sua
attenzione a me, il che mi rende leggermente nervoso.
- Come va?- mi chiede Owen.
- Alla grande,- rispondo- E tu?
- Splendidamente, dice lui. – Che mi racconti del portafoglio Hawkins?
- Va … - ho un attimo di esitazione ma continuo, anche se balbetto un
po’. – Va … bene
(…) E come sta Marcia? -, mi
domanda, sempre sorridendo (…)
Owen mi ha scambiato per Marcus Halberstam (malgrado in realtà Marcus
esca con Cecilia Wagner) ma in qualche modo non ha importanza e poi la gaffe ha
una sua logica visto che anche Marcus lavora per la P &P, occupandosi delle
stesse cose di cui mi occupo io, oltre ad avere anche lui un debole per gli
abiti di Valentino e gli occhiali da vista, senza contare che andiamo dallo
stesso barbiere, all’Hotel Pierre, e dunque la confusione mi sembra
comprensibile (… )
In fondo, se la personalità è data dall’abito che indossi,
dal taglio di capelli che porti e dal tuo status
sociale che differenza passa realmente fra te ed un collega che si veste nel tuo
stesso modo?
Più complicato il discorso sulla violenza presente nel
romanzo: inizialmente soltanto suggerita, diviene con il procedere dei capitoli
sempre più esplicita, sino a sfociare in descrizioni di mutilazione e tortura,
rese con meticolosa e maniacale puntigliosità.
Sebbene non sia
propriamente gratuita, né propinata unicamente a fini commerciali, in quanto il
sadismo delle azioni del protagonista è in effetti un prodotto della sua
alienazione, frutto delle sue nevrosi e malgrado ciò corrisponda ad una precisa
scelta dell’autore, essa non può apparire che eccessiva. C’è da chiedersi peraltro
se tale scelta non sia anche frutto di autocompiacimento.
Nonostante ciò, o forse proprio per la sua disturbante forza
espressiva, American Psycho è un
capolavoro.