sabato 1 novembre 2014

Yuppies: storie di mostruosa normalità


In occasione della festa di Ognissanti, dedico il post di questo mese a due romanzi a tinte horror che, con pretese artistiche e livelli letterari  molto diversi, criticano lo yuppismo ed il decennio che di quel fenomeno ne fu la culla: gli anni ’80.


Spanky
Christofer Fowler
Titolo Originale: Spanky, 1994
Ed. consultata: Collana Le Ombre n°17, Editrice Nord

Io sono te Martyn. Il lato oscuro di ogni uomo nasconde un demone ben celato ed io non sono altro che il tuo, venuto alla luce.
Ripensa agli anni ’80 quando al paese venne detto improvvisamente che era una buona cosa essere avidi, essere ricchi e senza scrupoli, chiudere gli occhi sulla povertà e le sofferenze altrui.
Come reagimmo? Fummo d’accordo, Martyn.
Fummo d’accordo per dieci lunghi anni. Ognuno di noi ha la predisposizione naturale alla crudeltà.

Martyn Ross ha 23 anni, fa il commesso in un mobilificio di terza categoria; è indolente e pigro, senza alcuna passione per il proprio lavoro ed alcuno stimolo a migliorarsi.
La sua vita personale segue lo stesso canovaccio di quella lavorativa: la  sua ragazza lo ha lasciato, per la sua indolenza, e vive in uno squallido appartamento in condivisione. Ma un giorno incontra Spanky, un personaggio misterioso ed affascinante, che riesce d’incanto a cambiare la sua realtà, trasformando ogni fallimento in un successo: amici, donne, lavoro … con l’aiuto della magia, ma soprattutto infondendo nel suo pupillo aggressività, sicurezza e capacità di iniziativa, il misterioso Spanky darà a Martyn l’occasione di trasformarsi in tutto ciò che non è, ma che avrebbe voluto essere: un giovane manager di successo.
Peccato che ogni progresso di Martyn nella vita sociale sia la conseguenza di disgrazie altrui!
La vita tuttavia è fatta così: persone che riescono ad andare avanti ed a farcela ed altre destinate a soccombere nella lotta dell’esistenza; d’altronde gli agi del nuovo corso della sua vita soffocano presto i sensi di colpa, che si fanno strada nell’animo del protagonista.
Ma perché mai qualcuno dovrebbe aiutare un perdente nato come lui?!
 Non può trattarsi di un gesto disinteressato, anche se il protagonista fa l’errore di crederci davvero.
Senz’altro ci sarà un prezzo da pagare … E infatti c’è, ma non ha nulla a che vedere con l’anima, come assai presto Martyn scoprirà con orrore.
Anzi, esattamente al contrario! Romanzo avvincente e ben scritto che, pur non allontanandosi dalla sua funzione di intrattenimento, intrecciain filigrana una blanda critica contro il carrierismo dei giovani rampanti della middle class


American Psycho
Bret Easton Ellis
(traduzione di Giuseppe Culicchia)
Titolo Originale: American Psycho, 1991
Ed. consultata: Einaudi Tascabili 863

Patrick Bateman è giovane, bello, ricco. Vive a Manhattan, lavora a Wall Street, e con i colleghi Timothy Price, David Van Patten e Craig McDermott frequenta i locali più alla moda, le palestre più esclusive e le toilette dove gira la migliore cocaina della città, discutendo di nuovi ristoranti e di moda maschile. Secondo Evelyn Richards, la sua giovane, bella e ricca fidanzata, Patrick Bateman è “il ragazzo della porta accanto”. Ma la vita del protagonista di American Psycho è scandita da altre ossessioni. Riuscire a prenotare un tavolo al Dorsia, il carissimo ristorante frequentato dal suo idolo Donald Trump, ad esempio. Saperne di più sul misterioso portafoglio Fischer gestito da quella volpe di Paul Owen. Restituire le videocassette prese a nolo, tra cui quella di “Omicidio a luci rosse”, affittata trentasette volte di seguito. E non perdere neppure una puntata del “Patty Winters Show”. Inotre quando le tenebre calano su New York, Patrick Bateman, il ragazzo della porta accanto, si trasforma in un torturatore omicida, freddo, metodico, spietato. (Giuseppe Culicchia)

American Psycho è stato un sorprendente e controverso caso letterario, le cui ragioni vanno sicuramente ricercate nelle scioccanti descrizioni sado - pornografiche, presenti nel libro, ma anche e soprattutto nella lucida, accurata e crudele analisi di un tipo sociale (lo yuppie, giovane rampante della classe media americana) e di un’epoca (gli anni ’80, decennio di sfrenato e sfacciato edonismo, in cui l’aspettativa di progresso indefinito e la promessa di benessere, per chiunque sapesse cogliere le opportunità offerte dal mercato sembravano concrete e reali).
Easton Ellis descrive con selvaggia crudeltà ed ironia, alternando registri letterari diversi, l’assenza di identità e l’alienazione dei giovani colletti bianchi americani di fine secolo.
I giovani agenti di borsa, protagonisti del suo romanzo, passano il loro tempo a scrutarsi a vicenda, a giudicarsi sulla base del loro unico criterio di valore: l’osservanza dei canoni di eleganza, imposti dalle riviste di moda maschile.
Essi risultano identici gli uni agli altri, nella loro assoluta mancanza di personalità.
Lo stesso protagonista, in una delle sequenze più comiche del romanzo, troverà comprensibile che un collega lo scambi per un’altra persona:

Prima di uscire Paul Owen si ferma al nostro tavolo. Porta occhiali da sole Persol e regge una cartella Coach Laetherware.
-Salve gente - dice Owen  presentandoci i due tipi che sono con lui, Trent Moore e un certo Paul Denton, Reeves ed io stringiamo loro la mano senza alzarci. George e Todd cominciano a parlare con Trent che è di Los Angeles e sa dove si trova Nekenieh.
Owen rivolge la sua attenzione a me, il che mi rende leggermente nervoso.
- Come va?- mi chiede Owen.
- Alla grande,- rispondo- E tu?
- Splendidamente, dice lui. – Che mi racconti del portafoglio Hawkins?
- Va … - ho un attimo di esitazione ma continuo, anche se balbetto un po’. – Va … bene
(…)  E come sta Marcia? -, mi domanda, sempre sorridendo (…)
Owen mi ha scambiato per Marcus Halberstam (malgrado in realtà Marcus esca con Cecilia Wagner) ma in qualche modo non ha importanza e poi la gaffe ha una sua logica visto che anche Marcus lavora per la P&P, occupandosi delle stesse cose di cui mi occupo io, oltre ad avere anche lui un debole per gli abiti di Valentino e gli occhiali da vista, senza contare che andiamo dallo stesso barbiere, all’Hotel Pierre, e dunque la confusione mi sembra comprensibile (… )

In fondo, se la personalità è data dall’abito che indossi, dal taglio di capelli che porti e dal tuo status sociale che differenza passa realmente fra te ed un collega che si veste nel tuo stesso modo?
Più complicato il discorso sulla violenza presente nel romanzo: inizialmente soltanto suggerita, diviene con il procedere dei capitoli sempre più esplicita, sino a sfociare in descrizioni di mutilazione e tortura, rese con meticolosa e maniacale puntigliosità.
 Sebbene non sia propriamente gratuita, né propinata unicamente a fini commerciali, in quanto il sadismo delle azioni del protagonista è in effetti un prodotto della sua alienazione, frutto delle sue nevrosi e malgrado ciò corrisponda ad una precisa scelta dell’autore, essa non può apparire che eccessiva. C’è da chiedersi peraltro se tale scelta non sia anche frutto di autocompiacimento.

Nonostante ciò, o forse proprio per la sua disturbante forza espressiva, American Psycho è un capolavoro.

giovedì 16 ottobre 2014

Fedeltà coniugale ed eredità milionarie



Costa dorata
Elmore Leonard
Titolo originale: Gold coast (1980)
Ed. Italiana, 1993 (Giallo Mondadori n°2307)

Florida anni ’80: La quarantenne vedova, Karen Hill sposa, un po’ per senso del pericolo un po’ per anticonformismo, il boss della Mafia, Frank Di Cilia.
Di Cilia, che ha già superato la boa dei 60 anni, è un italo-americano vecchio stampo, tradizionalista e maschilista, convinto che agli uomini sia lecito prendersi qualche libertà, mentre le mogli devono tollerare le infedeltà coniugali e restare ubbidienti a casa.
Frank è anche un uomo molto vendicativo e quando Karen, dopo aver scoperto una sua relazione extraconiugale, lo minaccia di rendergli pan per focaccia e trovarsi un amante, decide di fargliela pagare.
Alla sua morte, lascia a Karen un immenso patrimonio (quattro milioni di dollari), ma anche istruzioni precise affinché nessun uomo la possa più avvicinare.
La donna si trova così costretta a vivere in una gabbia dorata, ben custodita da guardie fedeli e decise a tutto, pur di far sì che la volontà del loro defunto capo sia rispettata.
Tra questi, la guardia del corpo personale, un individuo arrogante e presuntuoso, sicuro di sé al punto da decidere di agire per conto proprio.
Ciò che vuole sono i quattro milioni di dollari o Karen (che nonostante l’età è ancora una donna attraente) o entrambe le cose.
La vicenda di Karen si intreccia con quella di Calvin Mc Guire, ex rapinatore di Detroit, finito in carcere per un’incursione in un esclusivo golf club.
Il raid all’interno del circolo sportivo era stato commissionato da Frank Di Cilia prima di morire.
Il club lo aveva rifiutato tra i suoi soci ed il boss aveva incaricato Calvin e ad altri tre rapinatori di farvi irruzione e sfasciare il locale.
Il colpo era andato a buon fine, ma dopo poco i quattro erano stati individuati dalla polizia ed arrestati.
Calvin si salva dalla condanna grazie ad un cavillo giudiziario e decide di recarsi in Florida, per riscuotere il compenso, che Frank Di Cilia ha suo tempo promesso loro, ma mai effettivamente liquidato.
Ovviamente si trova coinvolto nella strana storia di Karen e del suo persecutore.
Thrilling molto ben costruito ed originale.



L’asso nella manica
James Hadley Chase
Titolo originale: An ace up my sleeve (1971)
Ed. Italiana consultata, 1992 (Giallo Mondadori n°2267)

Helga Rolfe ha tutto ciò che una donna (venale) possa desiderare: gioielli, pellicce, accesso ai più lussuosi ristoranti…
Lo strumento con cui la donna, ex analista finanziaria, è riuscita a raggiungere questa invidiabile posizione è il matrimonio d’interesse col ricchissimo Herman Rolfe.
L’uomo dal canto suo, pur potendo soddisfare ogni capriccio della sua non più giovanissima, ma ancora avvenente consorte, non può garantirle una vita sessuale soddisfacente, in quanto invalido… anzi le ha imposto un patto: se lei dovesse tradirlo, addio eredità.
La fedeltà non è facile per una donna del temperamento di Helga, le tentazioni sono tante; impossibile resistere ed infatti Helga, dotata di appetiti sessuali, che farebbero rimanere allibita Marina Ripa di Meana, non ci prova affatto a resistere; tuttavia è piuttosto cauta nelle sue scappatelle e riesce sempre a farla franca. Un giorno, però, in Germania conosce un giovane americano, bello, irresistibile ed un po’ tontolone.
Per lui, la donna mette in gioco tutto ciò che possiede, anche la vita, finendo invischiata in un ricatto.
“An ace up my sleeve” è un romanzo del 1971, che tuttavia la Mondadori, casa editrice italiana di Hadley Chase, decise di proporre al nostro pubblico solo nel 1991, prima nella collana Mystbooks, poi ne’ Il Giallo Mondadori.
Il motivo di questo ritardo è un mistero; se infatti il buon Hadley Chase ci ha abituato a ben altri capolavori, “L’asso nella manica” è comunque un romanzo ben costruito, capace di tenere il lettore incollato alla poltrona sino alla conclusione, grazie ad una serie di imprevedibili colpi di scena.
Sorprendente (almeno per uno scrittore dell’hard boiled school) messaggio anti-omofobo conclusivo.

venerdì 2 maggio 2014

La Chiave, nel suo significato allegorico e in quello letterale

La porta dalle sette chiavi
Edgar Wallace
Titolo originale: The door with seven locks, 1932
Ed. Italiana consultata: Newton 1993 (Compagnia del giallo n°6, gruppo Newton)

L’ispettore Dick Martin,detto anguilla, è al suo ultimo giorno di servizio: ha ricevuto un’eredità ed ha deciso di abbandonare la polizia.
Il suo ultimo incarico consiste nell’interrogare lo scassinatore Lew Pheeney su una rapina avvenuta il giorno prima.
Lew è una sua vecchia conoscenza e Dick gli crede sulla parola, quando il ladro, evidentemente da lui considerato sincero (ottimista!!), gli rivela di avere un alibi: la sera prima è stato impegnato in un lavoro pulito, ma di cui non può rivelare né il committente, né fornire ulteriori dettagli.
Quando poi lo stesso Lew gli confessa di avere paura per la sua incolumità e di essere convinto che qualcuno lo segua, il poco ortodosso ispettore lo ospita a casa propria, senza fargli troppe domande.
Grave errore: il giorno dopo lo ritrova cadavere, dentro un armadio.
Le peripezie di anguilla non sono però finite: l’avvocato Havelock lo assume in qualità di investigatore privato, per mettersi in comunicazione con un suo cliente, Lord Selford, che da anni gira il mondo, facendosi spedire il denaro delle sue rendite dallo studio legale, di cui lo stesso Havelock è titolare.
 L’avvocato vorrebbe convincerlo a tornare a Londra, per occuparsi degli affari di famiglia, ma soprattutto vorrebbe sincerarsi che il giovanotto sia sano ed agisca nel pieno delle sue facoltà.
Durante il viaggio in America Latina, nel tentativo di rintracciare il giovane aristocratico, anguilla incontra una ragazza, conosciuta a Londra.
Si tratta della giovane bibliotecaria, Sybil: si è recata in America, per ricevere una misteriosa eredità, che si è rivelata poi essere una semplice chiave.
Un oggetto in apparenza comune, ma che deve avere un certo valore se la ragazza viene ripetutamente aggredita, nel tentativo di derubarla del prezioso arnese.
Tre vicende apparentemente senza collegamento, ma che si rivelano in realtà essere parti di uno stesso enigma.
Uno scienziato pazzo, una bella da salvare, passaggi segreti all’interno di sontuose ville patrizie, un gigantesco mostro di nome Beppo … Wallace dà fondo a tutto il suo immaginario, con il suo consueto gusto per l’accumulo.
Romanzo a metà tra feuilleton e moderno poliziesco.


La Chiave di Vetro
Dashiell Hammett
Titolo originale: The Glass Key, 1931
Ed. Italiana consultata: I Super Pocket Longanesi n°260, 1975

San Francisco anni ’30. La misteriosa morte del ventiseienne Taylor Henry, trovato riverso fra China street e Pamela Avenue, poco dopo le dieci di sera, la base del cranio fratturata da un oggetto contundente, costituirebbe di per sé un complicato caso poliziesco.
A rendere più enigmatica la vicenda è però l’identità del  giovane, figlio del potente senatore Ralph Bancroft Henry, stella emergente della scena politica americana.
Ned Beaumont, faccendiere del boss della mala locale Paul Madvig, cui il senatore è legato da oscuri ma robusti fili, porterà alla luce con una paziente indagine la scottante verità intorno alla morte  del ragazzo.
La  “Chiave di Vetro”, opera prediletta di Hammett, come lo stesso autore ebbe a dire, è anche il canto del cigno della produzione hard boiled del giallista statunitense, che, nel successivo “L’Uomo Ombra”, abbandona definitivamente il giallo d’azione per virare verso quello classico.
Il romanzo del resto, pur rientrando a pieno titolo nel filone noir, si discosta lievemente dai precedenti di Hammett per maturità stilistica e per volontà introspettiva, ma anche per la capacità dell’autore di destreggiarsi fra registri diversi: all’impersonale descrizione di personaggi ed ambienti ed ai dialoghi asciutti fa quasi da contrappunto l’immaginifica sequenza onirica dei serpenti.

Il tema della corruzione politica, già toccato dall’autore nel precedente Piombo e Sangue (Red Harvest), diviene qui centrale; non semplice pretesto narrativo, ma accorata denuncia della putrefazione della società americana. 

domenica 26 gennaio 2014

Uomini che odiano le donne, ma poi se le portano dietro

Nick Carter: Chiamatelo Papà
Nick Carter
Titolo Originale: Peking dossier, 1973
Segretissimo n°563, 1974

Lei tirò un sospirò, poi mi chiese: hai mai sentito parlare di processo clonico?
-Mmm …Biologia …genetica. Qualcosa di simile, credo.
-Beh, ci sei vicino. E’ un nuovo metodo di riproduzione.
- Che cosa c’è che non andava nel vecchio metodo?

Nick Carter è un agente segreto americano, duro e maschilista. Per farvi capire: torce il polso ad una  collega, costringendola a mostrargli la piastrina identificativa, non perché dubiti realmente della sua identità, ma solo per farle vedere chi comanda.
Ovviamente la donna si innamorerà perdutamente di lui (valla a capire!)
Come ogni buon agente segreto americano, Nick deve difendere il proprio Paese dagli attacchi criminosi di potenti, quanto occulte organizzazioni terroristiche internazionali.
Organizzazioni come il Kan, una struttura supersegreta, che ha fra i propri scopi l’abbattimento del Capitalismo mondiale, l’instaurazione del Comunismo su scala internazionale e nei ritagli di tempo si occupa di spaccio di droga (giusto per non farsi mancare nulla).
Personaggio di primo piano del Kan è La Tsen, un killer cinese, che per meglio portare a termine i propri piani terroristici si fa clonare.
Nick con l’aiuto della collega Tara Bennet riuscirà ovviamente a sventarne i piani.
Non so esattamente che effetto abbia fatto questa storia di cloni ai lettori del 1973.
Oggi la trama del romanzo non può non apparire ingenua, oltre che già sperimentata in mille altri varianti.
Numerose poi le incongruenze in questo fumettone, comunque leggibile ed a tratti avvincente: Nick e Tara si incontrano in un bar di New York e si scambiano alcune parole in codice, ma dopo pochi minuti cominciano a parlare apertamente di segreti di Stato di fronte al barista che li serve al bancone; un killer del Kan estrae una pistola da un pacchetto di sigarette (ora due sono le cose: o è molto grosso il pacchetto o molto, ma mooolto piccola la pistola);  Nick riesce a far confessare a Tara notizie riservate, su cui lo Stato le aveva imposto il segreto, minacciandola di non far l’amore con lei (ritengo che ogni commento in proposito sia superfluo!)
Come nei peggiori film di genere poi, il protagonista uccide i nemici con freddezza e rapidità, mentre quando cade nelle mani degli agenti del Kan (cosa che nel romanzo si ripete una mezza dozzina di volte) questi si trastullano, confessandogli perlopiù dettagli sui piani criminosi della loro organizzazione e dandogli il tempo di individuare possibili vie di fuga.
Curiosa la vicenda editoriale del protagonista del romanzo: nato come personaggio poliziesco all’inizio del ‘900 dalla penna di Nicholas Carter, è stato poi utilizzato come protagonista di romanzi di spionaggio da un team di scrittori, che si alternavano fra loro, celandosi dietro lo pseudonimo di Nick Carter e raccontando le vicende in prima persona.
La novel in questione è il primo romanzo scritto da una delle poche donne del team: Linda Stewart.


Il fattore Delta
Mickey Spillane
Titolo Originale: The Delta factor, 1967
Garzanti, 1991

Pazzi, pensavo, pazzi da legare. Per un sacco di tempo mi hanno considerato un ricercato, e adesso me ne vado tranquillo e beato,sperando di non essere riconosciuto e fatto fuori da qualche poliziotto troppo scrupoloso, ignaro dell’accordo intercorso. E per giunta si fidavano di me…
Il vecchio Morgan il Razziatore dall’altro lato della barricata

Stati Uniti anni ’60, Morgan detto il razziatore è un reduce della II guerra mondiale, specializzatosi durante il conflitto bellico in missioni apparentemente impossibili.
La vita non è stata tenera con lui, segnato dall’esperienza della guerra e ancora memore dei compagni perduti, viene accusato dopo il suo ritorno in patria di un crimine mai commesso e costretto a diventare un super latitante.
Catturato dalla Polizia, gli viene garantita l’impunità in cambio della sua collaborazione ad una missione ad altissimo rischio: liberare un uomo, importante per la sicurezza degli Stati Uniti, segregato in un inaccessibile fortino di un’isola caraibica, il cui governo è solo apparentemente amico dell’America ma ha in realtà segreti contatti con i comunisti.
Nella sua impresa, Morgan sarà assistito da un’affascinante agente FBI, che ovviamente, dopo essere stata minacciata di violenza sessuale dal protagonista una mezza dozzina di volte, finirà per innamorarsi di lui.
Il romanzo è un tipico prodotto di Spillane: un mix indigesto di sciatteria narrativa, maschilismo e situazioni improbabili, cui si aggiunge almeno in quest’occasione una robusta dose di falsità ideologica.
L’edizione Garzanti degli anni ’90, sottolinea in quarta copertina come l’esordio del romanzo anticipi in maniera impressionante quello del film cult di John Carpenter “Fuga da New York”.
Non si tratta solo di una trovata pubblicitaria: la somiglianza è in effetti evidente, sebbene non si possa far a meno di notare che mentre Jena (Snake) Pliskin, personaggio principale dell’immaginifico film di Carpenter, è un affascinate e nichilista antieroe, il personaggio di Spillane è solo una piatta ed ormai logora riproposizione del “Vendicatore”, un Mike Hammer all’ennesima potenza.
Solo apparentemente disincantato, nasconde un robusto conformismo, fatto di sciovinismo e retorica patriottarda.
Ah, dimenticavo il titolo The Delta Factor (correttamente tradotto in italiano in Fattore Delta) è una raffinata (?) metafora  che allude al pube femminile della coprotagonista: un titolo un programma.
Romanzo trash solo per stomaci forti!!