Spenser sul filo della memoria
Robert B. Parker
Titolo originale: Pastime, 1992
Ed.
Italiana 1993 (Giallo Mondadori n°2314)
Paul Giacomin da bambino era
stato la pedina di un crudele gioco tra il padre e la madre.
In quella circostanza
l’investigatore privato Spenser lo aveva aiutato, diventando per lui un punto
di riferimento.
Adesso Paul è grande, sta per
sposarsi e, perdonata la madre, vorrebbe che lei fosse presente al suo matrimonio.
La donna, tuttavia, sembra
essersi volatilizzata.
Paul si rivolge a Spenser, il
quale scopre che la donna ha lasciato la città con un uomo, Beaumont.
Nulla di cui sorprendersi: la
madre di Paul, insicura di sé e profondamente immatura, è sempre stata facile
agli innamoramenti, possibilmente con le persone sbagliate.
Beaumont però non è solo l’ennesimo uomo sbagliato di una
donna, che, superati i quaranta, non è ancora capace di assumersi le proprie
responsabilità.
Beaumont ha bidonato un capomafia,
ha sottratto del denaro non suo e la mala gli sta dando la caccia.
La sua vita e quella della madre
di Paul potrebbero essere in pericolo.
A Spenser ed al suo socio Hawks
toccherà il compito di togliere le castagne dal fuoco.
“Spenser
sul filo della memoria” è uno dei romanzi più inutili che mi sia capitato
di leggere e spero anche il più superfluo della saga di Spenser.
A parte l’emozionante fuga nei
boschi, che mi ha tenuto incollato alla poltrona, tutto il resto è noia
assoluta.
Il titolo del romanzo fa
riferimento ai ricordi del protagonista, che nel corso della vicenda snocciola,
spesso senza alcun motivo, se non quello di colmare i troppi vuoti di una trama
senza idee, aneddoti sul suo passato.
Il protagonista del romanzo è
desideroso di raccontarsi, ma niente di ciò che dice di sé e sulla sua infanzia
ha attinenza col caso da risolvere: Cresciuto assieme al padre ed ai fratelli
della madre, morta nel darlo alla luce, tutti tagliaboschi cazzuti con l’hobby
della boxe, Spenser non poteva che venir su come il marcantonio che è.
Poco più che dodicenne, durante
una battuta di caccia, si trova faccia a faccia con un orso bruno, non scappa
ed il padre per premiarlo del suo coraggio gli offre un whisky al bar più
vicino, perché essendosi comportato da adulto meritava di essere trattato come
tale (‘anvedi! … roba da togliergli la patria potestà!)
Gli improbabili ricordi della sua
adolescenza, che oltre al già citato episodio dell’orso si riducono a qualche
rissa al bar, dovrebbero consolidare la figura del personaggio come duro.
In realtà Parker ha cura di fare
in modo che ogni gangster del romanzo ripeta noiosamente al protagonista ed al
suo socio quanto siano pericolosi e quanto farebbero volentieri a meno di
scontrarsi con loro.
Così come le donne vanno in brodo
di giuggiole quando vedono il nostro eroe, confessandogli con una sincerità che
sfiora la mancanza di autostima quanto vorrebbero farselo …eh sì che il nostro
Spenser dovrebbe avere già una certa età!
Insomma se Parker voleva rendere
il suo eroe insopportabile un po’ c’è riuscito.
A parte questo, è tutto il
romanzo che gira a vuoto: l’idea iniziale della ricerca di una persona
scomparsa, non innovativa, ma comunque sempre fertile, viene sfruttata solo per
due terzi del libro.
Il resto è occupato dalla faida
tra il protagonista ed il molto poco temibile Jerry, figlio di un boss della
mala locale.
L’Ultimo vero bacio
James Crumley
Titolo originale: The last good kiss (1980)
Ed. Italiana, 1981
(Giallo Mondadori n°1712)
Più simile ad un barbone che ad
un detective e con molti problemi a rimanere sobrio per un’intera giornata,
l’investigatore privato C. W. Sughrue è il nipote spurio di Philippe Marlowe.
Cinico e sentimentale come il
personaggio di Chandler, il protagonista de’ L’Ultimo vero bacio si distacca dal suo più celebre modello, per
una maggiore aderenza al contesto, in cui vive.
La avventure di Marlowe si
svolgono negli anni ’50, ma potrebbero essere ambientate, senza troppi
rimaneggiamenti, in qualsiasi decennio di questo secolo.
Il protagonista de’ L’Ultimo Vero bacio è invece saldamente
ancorato all’America degli anni ’70,
di cui rappresenta per volti
versi i drammi e le contraddizioni: Sughrue è stato in Vietnam, ha fatto
l’informatore dell’esercito, infiltrandosi nei raduni dei radicali, ha
sperimentato le droghe “ricreative” della Beat Generation ed è in una fase di
riflusso, oppresso dalla solitudine e dalla stanchezza di vivere.
Assunto da Catherine Trahearne,
ex moglie di Abraham Trahearne- scrittore di successo – per rintracciare l’ex
marito che vaga da un bar all’altro del West bevendo come una spugna, Sughrue
finisce per invischiarsi nel caso di una ragazza scomparsa dieci anni prima,
Betty Sue Flowers.
Trahearne, che nel frattempo si è
fatto trovare, si unisce all’investigatore nella ricerca della giovane,
percorrendo con lui un’America brutale, popolata da hippie, ormai in fase di riflusso
e senza più entusiasmo, da pornografi e da operai “carogne”, “gente terribile,
che fischia alle ragazze, tratta le mogli come sguattere e vota Nixon ogni
volta che può”, ma che tuttavia, dal punto di vista del protagonista, è
mille volte meglio “dei radicali in Volvo”.
L’Ultimo vero bacio è un romanzo su questa America, rappresentata
con realismo e col minor ricorso possibile agli stereotipi.
Dalla parte sbagliata
James Crumley
Tit. Originale:
Dancing Bear 1983
Il Giallo Mondadori
2492, 1996.
“Ogni giovedì pomeriggio, da sei settimane a questa parte, lì si
fermano due macchine, una con un uomo ed una con una donna. Lui avrà una
quarantina d’anni ed è un po’trasandato, lei ne dimostra meno di 30 ed è una
bella ragazza. Stanno seduti in macchina per un’oretta, sembrerebbe a
chiacchierare – Sarah si voltò verso di me- vorrei tanto sapere chi sono, che
cosa si dicono, perché si incontrano in quel modo. Pensi di poterlo sapere?”
Milton Chester Milodragovitch
III, detto Milo, è l’ultimo erede della favolosa riserva di dancing Bear, ma
dato che il suo patrimonio è vincolato per testamento fino a quando egli
compirà 52 anni, si mantiene facendo l’investigatore privato.
Un giorno una vecchia amica del
padre gli affida un incarico apparentemente facile: scoprire l’identità di due
persone che ogni giorno, alla stessa ora, si incontrano nella strada sotto casa
sua.
A Milo sembra l’eccentricità di
una donna vecchia ed un po’ sola, ma decide tuttavia di assecondarla, per via
della lauta promessa di denaro.
In breve si ritroverà con due
persone scomparse, la casa in fiamme e l’automobile minata.
Dalla parte sbagliata è il
secondo romanzo con Milo protagonista, per quanto ne sappia, e si inserisce nel
filone poliziesco dell’hard boiled: Milodragovitch è l’ennesimo eroe sporco,
dal passato orrendo e dal presente precario, dipendente dall’alcol e dalla
cocaina.
Purtroppo la struttura della
trama ed il tentativo di intrecciare narrazione poliziesca e tematica ecologica
falliscono, a causa della mancanza di sintesi, ma soprattutto di misura.
Il finale è improbabile ed il
racconto oscilla fra la convenzionalità delle regole del genere e la voglia di
dire qualcosa di nuovo all’interno di un genere altrimenti consunto, senza che
nessuna delle linee prevalga nettamente sull’altra.
Il sangue non è acqua
Ross Macdonald
Titolo originale: The zebra striped hearse (1962)
Ed. Italiana, 1963
(Giallo Mondadori n°773)
Il colonnello in pensione Mark
Blackwell non vuole che sua figlia Harriet sposi Burke Damis, sedicente pittore,
che la ragazza ha incontrato casualmente in Messico e di cui si è perdutamente
innamorata.
L’ex militare sospetta che l’uomo
voglia impalmare la sgraziata figlia solo per il denaro ed assolda l’abile investigatore,
Lew Archer, affinché scopra qualche neo nel passato dell’aspirante genero.
Archer, dal canto suo, è
personalmente convinto che le preoccupazioni dell’ex militare siano dovuti alla
sua straordinaria possessività verso la figlia.
La faccenda prende però una piega
intrigante, quando la seconda moglie di Blackwell, l’affascinante Isobel, si
reca dal detective, per pregarlo di lasciar perdere il caso.
La premurosa matrigna sembra
ansiosa che il marito non rovini il sogno d’amore di una figlia, penalizzata da
un aspetto fisico decisamente brutto e che sembra finalmente avere trovato
l’amore.
Quello che sembra un caso
semplice si trasforma però in un vero e proprio rebus, quando Acher scopre che
Burke Damis non è il vero nome del pittore, penetrato negli Stati Uniti, usando
il certificato di nascita di un uomo, morto poche settimane prima che egli
conoscesse la figlia di Blackwell.
Come è possibile poi che Harriet,
che sarà pure brutta, ma non deficiente, non si sia accorta dei frequenti
cambiamenti di nome del fidanzato, durante i loro spostamenti negli Stati
Uniti?!
Mentre Archer indaga sul conto di
Damis, il cui vero nome è Campion, l’uomo fa improvvisamente perdere le proprie
tracce, trascinando con sé anche Harriet e dando il via ad una disperata caccia
all’uomo, la cui soluzione si intreccia con quella di un delitto, avvenuto poco
meno di un anno prima.
Mac Donald si dimostra ancora una volta grande nel costruire
complessi intrighi familiari, in cui amore, gelosia ed odio si fondono,
imperniando di sé i rapporti personali tra personaggi sempre umani e credibili.
L'Occhio del ciclone
James Lee Burke
Titolo originale: In the electric mist with the Confederate Dead (1993)
Ed.
Italiana 1997 (Giallo Mondadori n°2639)
New Iberia, contea della Louisiana, anni ’90.
Il detective Dave Robicheaux viene incaricato di indagare
sul delitto di una giovane prostituta, Cherry Le Blanc, il cui corpo, che
presenta evidenti tracce di violenza carnale, è stato rinvenuto esanime ai confini
di una palude.
Il delitto è peraltro solo il primo di una serie di omicidi
analoghi per modus operandi
dell’assassino e tipologia delle vittime.
Durante una pausa dalle indagini, Robicheaux si ferma in una
rosticceria a pochi chilometri da casa; all’ingresso del locale, la sua
attenzione viene catturata da due individui ubriachi, un uomo ed una donna, a
bordo di una lussuosa automobile.
Sebbene il regolamento della contea preveda l’arresto per
chi guida in stato di ebbrezza, Robicheaux, che ha prontamente fermato il
conducente dell’auto, il quale si rivela essere un noto attore cinematografico,
accetta una transazione con l’uomo: il poliziotto rinuncia ad eseguire il
fermo, in cambio dell’aiuto di Sykes a rintracciare dei resti umani, che
l’attore dice di aver notato nella palude, poco lontano dal set cinematografico
in cui lavora.
I resti si rivelano essere quelli di un uomo di colore,
assassinato trenta anni prima, durante un linciaggio da parte di due uomini
bianchi.
Robicheaux decide di riaprire il caso, scontrandosi tuttavia
con l’incomprensione e la diffidenza di superiori e concittadini.
A complicare la vita di Robicheaux, impegnato nella
risoluzione dei due casi, è l’arrivo in città del boss della mala di New
Orléans, Julie Balboni, vecchio compagno di scuola di Robicheaux e coinvolto
finanziariamente nella produzione cinematografica, cui Sykes sta lavorando.
Presto, la vicenda comincia ad assumere un andamento
drammatico: Robicheaux diviene sempre più oggetto delle ossessioni di Sykes,
alcolizzato e fuori controllo, il quale lo fa partecipe di strane visioni, che
il poliziotto dapprima attribuisce all’alcolismo dell’uomo, ma che anch’egli
comincia con frequenza ad avere; emergono inoltre strani ed oscuri legami fra
l’assassino delle prostitute ed il linciaggio, avvenuto trenta anni prima a New
Iberia e di cui il protagonista ha deciso di occuparsi.
Poliziesco, che si inserisce a pieno titolo nel genere hard boiled.
Il Robicheaux di Lee Burke si presenta come l’ultimo
credibile epigono di Ph. Marlowe e Sam Spade: antieroe, cinico e sentimentale
dal passato traumatico.
La maggiore variante rispetto ai tradizionali eroi della
“Scuola dei duri” è il contesto non metropolitano, in cui si svolge la vicenda.
La
Louisiana con i suoi colori ed i suoi odori, forse evocati in
maniera troppo ridondante e continua, è un personaggio a tutti gli effetti del
romanzo.
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