Perry Mason e la sig.ra cleptomane
Erle Stanley Gardner
Titolo originale: The case of the shoplifter’s shoe, 1940
Ed. Italiana
consultata: I Classici del Giallo n°185 (1974)
George Trent è un lapidario
onesto e coscienzioso: lavora bene ed a prezzi ragionevoli.
E’ profondamente onesto, ma ha un
vizio, un vizio solo: è un ubriacone periodico.
Quando si ubriaca gioca, ma anche
questo lo fa metodicamente. Ripone tutte le sue gemme in cassaforte, si tiene
in tasca una cifra limitata, spedisce a casa tutte le chiavi della propria
automobile, poi se ne va a bere ed a giocare. Quando ha perso tutto il denaro
che ha, e quindi non può più bere, gli passano i fumi, torna a casa e riprende
il lavoro.
Qualcosa nel meccanismo sembra
però rompersi, quando alcune gemme, affidate a Trent dall’amico Augustine
Cullens, scompaiono misteriosamente dalla cassaforte.
L’ipotesi più probabile è che
Trent si sia dimenticato stavolta di riporre in cassaforte le gemme in suo
possesso e le abbia portate con sé.
Un bel problema! Soprattutto
perché l’assenza di Trent si prolunga oltre le attese dei familiari.
Esiste però anche un’altra
ipotesi, quella secondo cui ad involare i gioielli sia la sorella dello stesso
gioielliere, Sarah Breel, che da un po’ di tempo sembra soffrire di
cleptomania…
poi Cullens viene trovato morto
nel suo appartamento e tutti gli indizi conducono alla colpevolezza di Sarah
Breel, trovata in stato di semi incoscienza nei pressi della casa della vittima,
in seguito ad un incidente stradale.
La donna sembra non ricordare
nulla di ciò che le è successo nelle ultime 24 ore, sebbene la polizia creda che la sua amnesia sia solo un
espediente, per non rispondere alle domande che le vengono rivolte.
Perry Mason, incaricato di
difendere la donna, dovrà muoversi al buio, non disponendo di alcuna versione
da parte della sua cliente.
Nondimeno riuscirà a ricostruire la vicenda, scoprendo il vero assassino.
Poliziesco macchinosissimo, dalla
trama insolita ed un po’ stramba.
Il Segreto di Virginia
Margaret Millar
Titolo Originale: Vanish in an Istant, 1952
Prima ed. Italiana: Il
Giallo Mondadori 1991
Ed. consultata: I
Classici del Giallo, novembre 2010
Virginia Hamilton, donna borghese
e viziata, viene accusata di aver ucciso l’amante, Claude Margolis, ricco
imprenditore di Arbana, cittadina a trenta Km da Detroit.
La sua difesa viene affidata al
giovane avvocato Eric Meecham, la cui maggiore difficoltà non consiste tanto
nel dover confutare le schiaccianti prove a carico della sua assistita, la
quale è stata trovata dalla polizia in stato di evidente ubriachezza sul luogo
del delitto (il lussuoso cottage sul fiume, in cui l’uomo era solito consumare
le sue avventure extraconiugali), quanto dalla mancanza di collaborazione della
stessa, che asserisce di non ricordare nulla dell’accaduto.
A rendere ancora più complessa la
difesa della giovane donna, la presenza della petulante madre di lei,
precipitatasi ad Arbana, con l’intenzione di togliere la figlia dai guai e che
nutre verso Meecham una pregiudiziale diffidenza, rendendogli l’onere della
difesa di Victoria ancor più pesante.
Il caso sembra però prendere
un’inaspettata piega, quando Loftus, un uomo distrutto da una malattia
incurabile, si accusa dell’omicidio e si suicida in carcere.
Caso chiuso? Non per Meecham, che
vuole andare sino in fondo, continuando per suo conto l’indagine sul delitto.
Margareth Millar è considerata
una delle grandi autrici del giallo americano per il rigore della trama, per il
pathos e la finezza della scrittura: doti visibili anche all’interno di questo
coinvolgente Mistery, ricco di stupende descrizioni e venato di grande finezza
psicologica: persino le figure di passaggio come l’agente della polizia
penitenziaria della cittadina di Arbana o l’infermiere dell’ospedale criminale,
in cui Loftus si suicida, vengono cesellati con cura minuziosa ed a volte
leziosa.
Poco convincente, a voler cercare
il pelo nell’uovo in questo Mistery d’alta classe, è il plot sentimentale, fra
il protagonista e la giovane cameriera di casa Hamilton, che l’autrice innesta
sulla trama principale: francamente non so bene quali fossero le regole di
corteggiamento nell’America degli anni ’50, ma dubito che due giovani si
potessero dichiarare reciprocamente e perdutamente innamorati dopo essersi
visti un paio di volte ed addirittura scambiarsi promesse di matrimonio senza
essere mai usciti assieme da soli mezza volta.
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