venerdì 12 aprile 2013

Quelle strane occasioni

Il post di questo mese è dedicato a due noir di grande valore letterario (sebbene il secondo abbia maggiori qualità del primo), il cui comune denominatore è la presenza di protagonisti frustrati, a cui il caso dà la possibilità di cambiare vita.




La morte mi ama
Ruth Rendell
Titolo originale: Make death love me, 1979
                                              Ed. Italiana 1980 (Giallo Mondadori n°1647)

Alan Groombridge è il direttore dell’agenzia Anglian -Victoria Bank di un villaggio del Suffolk.
Ha trentacinque anni,  ma ne dimostra di più, sposato con due figli più che adolescenti con cui non riesce a comunicare e con un suocero reazionario a carico.
Alan è un infelice: il suo sfogo, oltre alla lettura dei romanzi, attraverso i quali sogna amori mai vissuti, è uno strano rito che celebra nella solitudine del suo ufficio: grazie alla carica che occupa, ha accesso a grandi somme di denaro e, ogni tanto, si infila il denaro della cassaforte in tasca ed immagina di fuggire col malloppo.
Un giorno il suo sogno diviene bruscamente realtà: mentre si trova in ufficio, alcuni rapinatori si introducono nella filiale, prendono il denaro che si trova nell’unica cassa della banca ed entrano nel suo ufficio per aprire la cassaforte.
Alan, ritenuto fuori dalla sede per fare colazione, si nasconde dentro un armadio non visto, nella sua tasca ha ancora il denaro prelevato dalla cassaforte.
I rapinatori riescono perciò a prelevare dalla banca solo metà del denaro in essa contenuto, niente affatto esperti sono in realtà due balordi e nel fuggire rapiscono Julie, l’unica cassiera della filiale, che li ha accidentalmente visti in volto.
Lasciato l’edificio e portata con sé la parte del denaro che era nella cassaforte, Alan, creduto anch’esso rapito dai banditi, si crea una nuova identità.
Affittato un appartamento in un quartiere periferico di Londra si innamora della sua locataria, ma i sensi di colpa lo incalzano: Dov’è finita Julie? Come può ragionevolmente ignorare che il suo stato di felicità attuale sia legato alla sorte della sfortunata ragazza?
Poco lontano dal quartiere dove si è stabilito, la giovane cassiera è tenuta in ostaggio dai due balordi …
Noir psicologico con risvolti sentimentali, che conferma la capacità della Rendell di scolpire personaggi e vicende realistiche e credibili: quasi Un fu Mattia Pascal in versione noir.



L’uomo che guardava passare i treni
Georges Simenon
Titolo originale: L’homme qui regardait passer les trains (1938)
Ed. consultata,  La biblioteca di Repubblica n°27 (2002)

Kees Popinga è un onesto e ligio dirigente di una compagnia privata olandese.
Uomo mite e metodico, marito fedele e padre di due figli, Popinga conduce un’esistenza agiata e serena a Groninga, ridente e tranquilla cittadina di provincia.
Proprietario di una grande villa, la più bella ed elegante della città, presidente del locale circolo degli scacchi, rispettato da tutti, la sua vita dovrebbe essere felice ed in effetti Popinga è convinto di esserlo … ma allora perché, quando ode passare un treno in lontananza viene preso dalla nostalgia e da un vago desiderio di fuggire?!
Niente da stupirsi quindi che la bancarotta fraudolenta del suo datore di lavoro e l’improvvisa prospettiva della miseria vengano interpretati dal nostro antieroe come un’opportunità imprevista di farla finita con una vita noiosa e monotona.
Venuto in possesso di cinquecento fiorini, abbandona la famiglia e fugge su un treno notturno ad Amsterdam.
E’ il primo passo verso la liberazione da ogni tabù e remora morale.
Il passo successivo è l’incontro con una prostituta, un fatto insolito per un uomo come lui, ligio all’onore familiare.
L’omicidio involontario, ma compiuto senza il minimo rimorso, della donna farà il resto.
Braccato dalla polizia e costretto a fuggire a Parigi, Popinga rivelerà una natura narcisista: trasformatosi in un assassino seriale, che uccide per il gusto di farlo e di sfidare la polizia, finirà in un manicomio criminale, portando con sé il segreto della propria personalità.
L’uomo che guardava passare i treni è un viaggio negli orrori, che possono celarsi dietro la rispettabilità borghese. Romanzo di intenso spessore psicologico rivela forti legami con alcuni nodi centrali della narrativa novecentesca, dall’atto gratuito che senza alcun preavviso arriva a sconvolgere un’esistenza, alla presenza ineludibile dei fantasmi e dei mostri dell’inconscio, alla palese infrazione del principio di causa ed effetto nel comportamento dei personaggi.
Il tutto senza nulla sacrificare al gusto di una narrazione, emozionante e ricca di suspense.
Uno dei punti più alti dell’arte di Simenon.







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