La morte mi ama
Ruth Rendell
Titolo originale: Make death love me, 1979
Ed. Italiana 1980 (Giallo Mondadori n°1647)
Alan Groombridge è il direttore dell’agenzia Anglian -Victoria
Bank di un villaggio del Suffolk.
Ha trentacinque anni,
ma ne dimostra di più, sposato con due figli più che adolescenti con cui
non riesce a comunicare e con un suocero reazionario a carico.
Alan è un infelice: il suo sfogo, oltre alla lettura dei
romanzi, attraverso i quali sogna amori mai vissuti, è uno strano rito che celebra
nella solitudine del suo ufficio: grazie alla carica che occupa, ha accesso a
grandi somme di denaro e, ogni tanto, si infila il denaro della cassaforte in
tasca ed immagina di fuggire col malloppo.
Un giorno il suo sogno diviene bruscamente realtà: mentre si
trova in ufficio, alcuni rapinatori si introducono nella filiale, prendono il
denaro che si trova nell’unica cassa della banca ed entrano nel suo ufficio per
aprire la cassaforte.
Alan, ritenuto fuori dalla sede per fare colazione, si
nasconde dentro un armadio non visto, nella sua tasca ha ancora il denaro
prelevato dalla cassaforte.
I rapinatori riescono perciò a prelevare dalla banca solo
metà del denaro in essa contenuto, niente affatto esperti sono in realtà due
balordi e nel fuggire rapiscono Julie, l’unica cassiera della filiale, che li
ha accidentalmente visti in volto.
Lasciato l’edificio e portata con sé la parte del denaro che
era nella cassaforte, Alan, creduto anch’esso rapito dai banditi, si crea una
nuova identità.
Affittato un appartamento in un quartiere periferico di
Londra si innamora della sua locataria, ma i sensi di colpa lo incalzano: Dov’è
finita Julie? Come può ragionevolmente ignorare che il suo stato di felicità
attuale sia legato alla sorte della sfortunata ragazza?
Poco lontano dal quartiere dove si è stabilito, la giovane
cassiera è tenuta in ostaggio dai due balordi …
Noir psicologico con risvolti sentimentali, che conferma la
capacità della Rendell di scolpire personaggi e vicende realistiche e credibili:
quasi Un fu Mattia Pascal in versione
noir.
L’uomo che guardava passare i treni
Georges Simenon
Titolo originale: L’homme qui regardait passer les trains (1938)
Ed. consultata, La biblioteca di Repubblica n°27 (2002)
Kees Popinga è un onesto e ligio
dirigente di una compagnia privata olandese.
Uomo mite e metodico, marito
fedele e padre di due figli, Popinga conduce un’esistenza agiata e serena a
Groninga, ridente e tranquilla cittadina di provincia.
Proprietario di una grande villa,
la più bella ed elegante della città, presidente del locale circolo degli
scacchi, rispettato da tutti, la sua vita dovrebbe essere felice ed in effetti
Popinga è convinto di esserlo … ma allora perché, quando ode passare un treno
in lontananza viene preso dalla nostalgia e da un vago desiderio di fuggire?!
Niente da stupirsi quindi che la
bancarotta fraudolenta del suo datore di lavoro e l’improvvisa prospettiva
della miseria vengano interpretati dal nostro antieroe come un’opportunità
imprevista di farla finita con una vita noiosa e monotona.
Venuto in possesso di cinquecento
fiorini, abbandona la famiglia e fugge su un treno notturno ad Amsterdam.
E’ il primo passo verso la
liberazione da ogni tabù e remora morale.
Il passo successivo è l’incontro
con una prostituta, un fatto insolito per un uomo come lui, ligio all’onore
familiare.
L’omicidio involontario, ma
compiuto senza il minimo rimorso, della donna farà il resto.
Braccato dalla polizia e
costretto a fuggire a Parigi, Popinga rivelerà una natura narcisista: trasformatosi
in un assassino seriale, che uccide per il gusto di farlo e di sfidare la
polizia, finirà in un manicomio criminale, portando con sé il segreto della
propria personalità.
L’uomo che guardava passare i treni è un viaggio negli orrori, che
possono celarsi dietro la rispettabilità borghese. Romanzo di intenso spessore
psicologico rivela forti legami con
alcuni nodi centrali della narrativa novecentesca, dall’atto gratuito che senza
alcun preavviso arriva a sconvolgere un’esistenza, alla presenza ineludibile
dei fantasmi e dei mostri dell’inconscio, alla palese infrazione del principio
di causa ed effetto nel comportamento dei personaggi.
Il tutto senza nulla sacrificare
al gusto di una narrazione, emozionante e ricca di suspense.
Uno dei punti più alti dell’arte
di Simenon.
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